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Per capire Martin Eden, presentato in concorso alla 76ª Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia, bisogna prima avere un quadro ben chiaro del suo regista: Pietro Marcello. Casertano, classe 1976, Marcello ha studiato pittura e per tutta la sua carriera – da quando ha esordito nel mondo del cinema nel 2003 con i cortometraggi Carta e Scampia (girati a Napoli) – ha sempre preferito la forma del documentario lirico quale strumento privilegiato per raccontare gli ultimi, persone o argomenti ai margini della società e dell’interesse collettivo, lontano dai riflettori, ma consapevole della propria missione di denuncia sociale, pur non rinunciando mai a una buona dose di poesia e malinconia per ciò che è stato e sarebbe potuto essere. Da sempre interessato a una restituzione del reale non incatenata al mero racconto dei fatti, l’apice è stato raggiunto nel 2015 con Bella e perduta, proiettato al Torino Film Festival, riflessione amara sulla bellezza e su un’Italia incapace di alzarsi in piedi e reagire, nonostante il posto in primo piano riservatole dalla Storia nel corso dei secoli. Se nel film con protagonisti Tommaso e Pulcinella la potenza dell’occhio documentaristico era ancora potentissima, in questo Martin Eden Marcello abbraccia completamente (o quasi) il racconto di finzione.

Prendendo spunto dall’omonimo romanzo di Jack London (potremmo dire ispirandosi liberamente), e traslando quindi la materia da Oakland a Napoli, Martin Eden è in tutto e per tutto un lungometraggio di Pietro Marcello, e la missione di vita del protagonista ricorda a più riprese ciò che sullo schermo abbiamo finora potuto apprezzare del regista casertano. Il giovane Martin Eden (altra prova maiuscola di Luca Marinelli), infatti, vuole a tutti i costi diventare uno scrittore, ma a causa della sua istruzione lacunosa viene inizialmente rifiutato dalle diverse riviste specializzate in racconti e romanzi brevi; successivamente, dopo anni di studi e letture assidue dei più disparati esperti di filosofia, economia e politica, Eden maturerà non solo una coscienza sociale forte ma affinerà anche la tecnica di scrittura che lo porterà a diventare uno dei più stimati saggisti d’Italia. Ma la vita del giovane sognatore sarà segnata soprattutto dall’amore infinito per Elena, di famiglia aristocratica, con cui i rapporti si deterioreranno a causa dell’abisso che separa le rispettive classi sociali. Sarà un distacco che segnerà per sempre la mente e la forza vitale del disilluso Eden, che conoscerà il successo mediatico ma non sarà più in grado di amare.

Marcello ragiona sul testo di London e lo trasforma in un’epopea italiana come non se ne vedevano da tempo. La sua non è tanto una ricostruzione storica di questo o quel determinato periodo, ma somiglia moltissimo invece a una rievocazione, l’elaborazione di un ricordo semmai o di un sogno, in cui i contorni si fanno via via – man mano che la narrazione prosegue – sempre più vaghi e onirici. Siamo sì a Napoli nella prima parte del Novecento, ma potremmo anche essere alla fine degli anni Settanta, all’epoca dello stragismo, o ancora in mezzo alla confusione politica e sociale di questi ultimi anni, in cui la classe media sta conoscendo una crisi senza precedenti e la forbice tra classe abbiente e disagiata si sta allargando in maniera incontrollata. Il secolo breve come un ciclo interminabile di errori, dove l’illusione ha prevalso sul buon senso, la morale è stata dilaniata dall’individualismo, l’amore è soffocato dall’interesse. In questo scenario quasi onirico, che a più riprese rimanda allo spaesamento di Leopold Bloom nell’Ulisse di Joyce, si muove Eden il simbolo, Eden il marinaio, Eden il sognatore, Eden il cantore dell’ultima gente, Eden l’innamorato, Eden l’individualista. È come se Marcello scegliesse volutamente di non dare alcun riferimento storico preciso per insistere sulla ciclicità con cui l’umanità tutta commette sempre gli stessi sbagli, abbandoni quell’idea utopistica di collettività (anch’essa fallace) per ricreare divisioni, lotte di potere, guerre sanguinose (sempre dietro l’angolo). Il volto consumato di Luca Marinelli/Eden è lo spettro di ciò che è inevitabile, quando ogni illusione sembra protrarsi all’infinito senza possibilità di superamento.

In un presente dilaniato dalla mancanza di morale e dalla perdita di umanità diffusa, Martin Eden non può che costituire un monito fondamentale, un avvertimento contro l’abbandono di ogni ideologia. Il suo è un esempio tornato a più riprese nel tempo (veniva citato anche in C’era una volta in America da Sergio Leone) e Marcello – abile lettore degli scenari sociali italiani – immagina un’Italia al suo disfacimento totale, un’Italia che ha già perso il suo Martin Eden da molto tempo e brancola nel buio della disperazione, dimentica del romanticismo, dell’amore e della speranza che dovrebbero invece accompagnare sempre la vita di chiunque.

3 Settembre 2019
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