• nov
    01
    2011

Album

Honest Jon’s

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Pinch e Shackleton era da un po’ che non si facevano vivi sulla lunga distanza. Il primo aveva scatenato sommovimenti underground con il suo esordio Underwater Dancehall nel 2007 e poi si era dedicato a singoli sulla sua Tectonic, facendosi vedere anche con interessanti camei per Deep Medi e Planet Mu. Il secondo – dopo che la Skull Disco con l’amico Appleblim ha cessato l’attività nel 2008 – ha pubblicato un eccellente Fabric 55 con tutta roba sua; oggi pubblica su Honest Jon’s, l’etichetta londinese che ha nel suo catalogo l’eterogeneità del vippismo underground pseudo-elettronico mondiale (tanto per fare dei nomi si va dal post-jazz del Vladislav Delay Quartet al soul di Martina Topley Bird, dalle sperimentazioni free di Cedric Im Brooks alla techno da camera del Moritz Von Oswald Trio).

Nel quartier generale di Portobello Road le due anime si sono incontrate per dare vita a una collaborazione che pesca sia dal tribalismo worldy di Shackleton che dall’ambient chic di Pinch. Il risultato non sa troppo di dubstep, anzi esce dal genere per proporre un’elettronica che in Four Tet (non a caso da poco miscelatore di un buon FabricLive) e in altre analogie trova la sua personalissima ragion d’essere. L’iniziale Cracks In The Pleasuredome invoca lo spettro world di DJ Rupture con atmosfere horror-step, Jellybones ci va di percussivismo da mal d’Africa tagliato con degli inserti minimal, Torn And Submerged dilata la coordinata dark che i due padrini conoscono a menadito, riportando lo sguardo su traiettorie scarnissime, quasi uno scheletro che ritorna alle semplicissime origini dub giamaicane (peraltro già invocate da Pinch nel suo esordio, richiamato anche dal titolo), Rooms Within A Room narra ambienti equatoriali di rilassamento acidificato, Selfish Greedy Life è il trip in 2-step strumentale con il vocal loop in elio, Burning Blood richiama gli O.R.B. del periodo Little Fluffy Clouds, Levitation è il tunnel post-Autechre, Monks On The Rum è Warpismo ’90 e Boracay Drift per chiudere rilassa l’atmosfera con un gospel filtrato in backward motion.

Un disco che non ha molto a che vedere con le mode del wonky o della techno-step oggi più che mai dilaganti. Nemmeno si rifà ad una qualche retrofilia troppo spinta (se non per brevi citazioni). Un nuovo punto di partenza per il genere? Time will tell us…

14 Novembre 2011
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