• feb
    12
    2016

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Run For Cover Records

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Quale sarà il prossimo vagito retromaniaco sul fronte chitarre & dintorni? Difficile dirlo, soprattutto in un contesto in cui i due revival più corposi degli anni Dieci – quello in salsa hip delle sfumature dream/shoegaze/c86 che caratterizzavano l’indie pop di fine anni Ottanta e quello slacker figlio della stagione indie-alt della prima metà dei Novanta – potrebbero aver terminato la spinta iniziale. Gli americani Pinegrove (senza alcun tipo di tattica, sia chiaro) hanno forse trovato una possibile risposta: dopo anni impregnati da estetiche ben precise e da attitudini vagamente poser, l’indie rock a stelle e strisce effettua un back to basics, spogliandosi di tentazioni cool, tornando a quella genuinità ruspante che una quindicina di anni fa delineava un credo indipendente non ancora intaccato dal boom di Internet (Pitchfork era di nicchia quanto Epitonic).

Per la band del New Jersey guidata da Evan Stephens Hall è giunto il momento di giocare le proprie carte dopo un lustro – scandito da uscite minori, EP e mixtape – condensato lo scorso anno all’interno della raccolta Everything So Far messa insieme dalla Run For Cover, label che più di tutte sta portando avanti un discorso di contaminazione tra urgenza punk e influenze indie. Dalla compilation Everything So Far, l’album d’esordio Cardinal eredita le tracce Size Of The Moon e New Friends, qui presenti con abiti leggermente rivisti per l’occasione e posizionate in fondo ad una tracklist che si compone di appena otto, sfuggenti episodi. New Friends si contrappone all’iniziale – e a modo suo catchy Old Friends creando una sorta di filo conduttore per un disco che tratta tematiche legate all’amicizia e ai rapporti personali, ma che non ha paura di esporre in musica tutte le sfaccettature di una mente irrequieta e vulnerabile come quella di Hall, turbata da quella che lui stesso chiama “my own shit” in un vortice di frustrazione e timida speranza («I resolve to make new friends, I liked my old ones but I fucked up so I’ll start again», in New Friends). Hall, con un timbro da tipico emo-kid, mette nero su bianco ogni cosa gli passi per la testa (in Then Again, ad esempio, ricorda di quando perse le chiavi durante un viaggio in Giappone), cercando di contestualizzarla su un livello intimo e generalmente introspettivo.

Musicalmente siamo di fronte a un lavoro – per certi versi grezzo – che unisce spunti indie-rock anni Zero e una sghemba tradizione country (con tanto di banjo nelle retrovie a fare capolino di tanto in tanto). Talvolta la mente vola verso dei Wilco meno esperti, mentre altrove si riaffacciano nostalgie del primo Ryan Adams; ciò nonostante, lo scheletro della proposta dei Pinegrove si basa ancora su retaggi power-pop che dialogano con l’emo pre-sputtanamento. Una formula, quella della band, che nel 2003 avrebbe certamente trovato più adepti rispetto ad oggi, ma che può fungere da ottimo diversivo per fuggire mezz’ora dalla omologata contemporaneità e per immergersi in un ascolto tutt’altro che travolgente ma sicuramente rigenerante.

21 febbraio 2016
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