Recensioni

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Troppo grande e importante questo disco. Sono decenni anni che ci fa trasecolare, gli fanno un baffo certe operazioni puramente speculative, pur se confezionate benissimo, con cura e gusto come la qui presente edizione deluxe in triplo CD. Triplo CD, già: e come ti riempio tre dischi? Facile. Alla versione originale rimasterizzata (nulla di rilevante in merito) ne aggiungo una mono (“the original mono version” nientemeno, pare sia stato lo stesso Syd Barrett a curarsene: ok, la prendo con ampi benefici d’inventario, accolgo con curiosità una scheletrita Pow R Toc H, ma non so cosa farmene di una Bike o di una Matilda Mother senza ondeggiamenti stereo!), quindi affastello in un terzo dischetto i singoli del ’67, lati B compresi (di cui una Apples And Oranges piacevolmente stereo, eh eh), più due versioni alternative di Interstellar Overdrive (una ovviabile “french edit” e una take inedita scossa da un estro selvaggio, svisante, capace di regalare in soli 5′ qualche strano brivido in più).

L’obiettivo, peraltro riuscito – converrete che non era difficile -, era restituire una fotografia esaustiva di quei primissimi strabilianti Pink Floyd. Ben fatto. Chapeau. Di pseudo-floydiani che ignorano in tutto o in parte la fase pre-scrigno dei segreti (per non dire pre-lato scuro della luna) ce ne sono a frotte, probabilissimo che molti finiranno nelle spire di questa ghiottoneria e buon pro gli faccia.

Se dunque vogliamo trovare un senso alla cosa, dobbiamo guardare a questa sorta di reinvenzione del disco, un po’ come se ipotizzassimo la scaletta di Sgt Pepper rinforzata dalle due songs “monstre” ad esso contemporanee, quelle Strawberry Fields Forever e Penny Lane che andarono a costituire il 45 giri con più lati “A” di ogni tempo. Una forzatura che possiamo permetterci con la nonchalanche di questi giorni di bastard-music, di post-modernità sovra-realista che d’emblé osa denudare Let it Be solo perché sarebbe stato meglio anziché tutti quegli stronzissimi fronzoli spectoriani (salvo poi rimpiangerli di nascosto, perché c’è una ragione per ogni cosa, anche per le meno opportune). Ok. Procediamo. Facciamolo pure. Tanto gli fa un baffo, al Piper.

Ecco dunque i deragliamenti garruli e vischiosi di Arnold Layne e See Emily Play, l’ebbrezza errebì minacciosa e fumettistica di Candy And A Current Bun (che in origine s’intitolava Let’s Roll Another One, i riferimenti non erano occasionali), la marcetta pepperiana (ovvero scombiccherata di ruspante e febbrile delirio) di Apples And Oranges ed i mesmerismi stropicciati di Paintbox che vanno a corroborare le già clamorose spinte pop-syke di Chapter 24, di The Scarecrow, di Matilda Mother, quel loro vorticare tra colori sovraesposti e strali d’un oriente oleografico, la concrezione molle e febbricitante dentellata di insidie e intuizioni e squarci. Un gioco a disorientare, a spostare gli appigli e centri di gravità come nel tunnel vorticoso di Lucifer Sam, che giusto un gatto può riuscire a starci in piedi, o come quando la marcetta beffarda di The Gnome spalma d’oppio l’arcobaleno, o come la stordente fantasmagoria squadernata dalla placida (forse) Flaming.

Una tavolozza di colori che non puoi sostenere a lungo, e quando ti arrendi al caleidoscopio (perdonatemi, prima o poi dovevo scriverlo) affondi nella tazza sbrecciata del cappellaio matto, galleggi nel siero intangibile respirando il lato vuoto del pieno, senti le cose ravvivarsi di sensi diversi perché è semplicemente arrivato il tempo che le cose cambino, scosse dall’immobilità come un piedistallo che si stiracchia, sbocciate come fiori sul pavimento a rivestire d’un soffice delirio la solida e invero stolida normalità del reale.

Cosa era accaduto? Fu un po’ come se in una diga riempita accumulando il pop, il blues elettrificato e tutta una tradizione di fanfare e ballate popolari, si fosse messa in moto una reazione druidica irreversibile. E dall’effervescenza fin troppo rapida. Difatti, quei Floyd eminentemente barrettiani dureranno appena il tempo di attraversare i cancelli del tramonto seguendo la rotta tracciata dal pifferaio ineffabile. Ho scritto Floyd eminentemente barrettiani, certo, ma non voglio con ciò tralasciare quella Take Up Thy Stethoscope And Walk firmata Waters che pure rielabora la scelleratezza del beat (attra)verso un motorismo angoloso e ipnotico in cui percepisci esoterici contagi Velvet Underground e Can. C’è qualcosa che brucia, nel piglio del bassista, un’ansia di futuro da fustigare nel presente con lo scudiscio del passato (invertite pure i fattori) che il folle Syd semplicemente ignora perché già impegnato a costruirsi, a percorrere la propria dimensione parallela, nella quale passato, presente e futuro sono semplici souvenir.

Un viaggio nel profondo-accanto che da un lato attraversa quelle canzoni come altrettanti specchietti verso il paese delle meraviglie, dall’altro simula i decolli tremebondi e immaginifici di Astronomy Domine e – soprattutto – Interstellar Overdrive. Dove le strutture rinnegano se stesse implodendo disarticolate per poi esplodere formidabili, canzoni – se volete – rapite da una corrente ascensionale che le annichilisce e libera nel vuoto pneumatico della visione spaziale. Più che il tempo – malgrado il tempo – conta lo spazio, appunto. La sua reinvenzione attraverso il suono che si compie in un tempo ciclico (in quest’ottica può essere letta anche la sperimentazione della quadrifonia nelle esibizioni live, che convoglia e distribuisce il suono a 360 gradi), abbozzando un’allucinazione d’infinito .

Vale a dire, Interstellar Overdrive: firmata da tutta la band, è una suite tribale e cosmica innescata da un riff che da solo vale tutto il grunge poi si sfilaccia, si sdilinquisce seriale, compie un’orbita mutante prima di tornare “jazzisticamente” sul tema con sbalorditivi quanto ingenui effetti stereo. Sembra di vederlo, Norman Smith – il produttore “con la testa sulle spalle” imposto dalla EMI in sostituzione del mai troppo lodato Joe Boyd – che non sa darsi pace di tutto il bailamme, di quell’apparentemente scervellato & scellerato smanettare con le leve del mixer. E gli occhi di Syd immersi nel rituale (quegli stessi occhi che ne saranno ingoiati, indicando per primi i sintomi della sua “assenza”), impegnato a balbettare assieme a tutto lo studio-strumento quel linguaggio inaudito, quei suoni senza gravità, unico limite la fine dell’orecchio come indicherà qualche anno più tardi lo spirito tutto sommato affine di Robert Wyatt.

Ok, non poteva durare. Giusto così. Diamante pazzo in buca, largo alle apocalissi atmosferiche Waters-Gilmour, che comunque riempiranno altrettanti imprescindibili spazi. Per anni. Per sempre. Basti però non scordare quanto dal Piper si diparte, quanti ne hanno attinto, glam, kraut, wave, neo-psych, popadelici d’ogni ordine e grado. Dite, non vi sembra forse che ovunque il rock abbia osato ipotizzare realtà alternative, si scorga più o meno in filigrana l’ombra del pifferaio passare come uno stormo di spaventapasseri ridanciani?

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