• Set
    30
    1979

Classic

EMI

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The Wall nacque da un’intuizione di Roger Waters e fu sviluppato dalla band assieme al producer Bob Ezrin. Malgrado gli screzi e le defezioni – Wright fu praticamente messo alla porta durante le session – ne uscì un suono molto potente, evocativo, persino accattivante (per lo scorno di alcuni fan). Un sound adatto anzi funzionale alla “fruibile osticità” dei livelli interpretativi escogitati dal bassista-leader. Le quattro facciate narrano la vicenda di Pink, alter-ego di Waters, una rockstar alle prese con devastanti problemi di alienazione, efficacemente simboleggiata da un muro edificato mattone su mattone: la morte del padre in guerra, la presenza asfissiante della madre, l’atteggiamento oppressivo degli insegnanti, il dissolversi del matrimonio…Infine, sorta di chiave di volta, il rapporto col pubblico, quell’adorazione dissennata che elegge a tiranno la rockstar.

All’acme fascista di Pink segue il crollo del muro con le sue schegge di significati potenti e controversi: se dal punto di vista biografico/psicologico accenna ad una “falsa liberazione” che non può non riecheggiare l’implosione psichica del “diamante pazzo” Syd Barrett, ad un più vasto livello interpretativo c’è il tema non nuovo però a suo modo definitivo del crollo delle ultime utopie, da cui il sovrapporsi col simbolo assoluto della guerra fredda nel cuore d’Europa, il tristemente celebre muro di Berlino (col quale concettualmente non aveva molto a che vedere ma la cui aura oppressiva riecheggiò fin da subito).

Detto questo, se The Wall divenne un’autentica leggenda pop fu anche per la congiuntura storica in cui vide la luce: i settanta agli sgoccioli sbilanciati sugli ottanta del cd, della videomusica, del post-punk con le sue pervasive propaggini ludiche.Nell’immaginario collettivo The Wall si affermò come uno degli ultimi grandi sforzi del rock “classico”, ideale suggello dell’era vinilica, ultima opera-rock (e per qualcuno ultimo concept degno di questo nome), romanticamente votato alla celluloide che infatti ne sancirà il trionfo definitivo. Il film di Alan Parker si dimostrò particolarmente adatto a rappresentare la discesa agli inferi mentali di Pink (un Bob Geldof nella performance di tutta una vita), allestendo tutto un campionario iconografico vastamente interpretabile come anti-autoritario.

Il 21 luglio del 1990, nella berlinese Postdamer Platz, fu celebrato l’anniversario della caduta del muro con un mega allestimento di The Wall. Sul palco Waters non era accompagnato dai Floyd ma da una pletora di ospiti internazionali: se gli esiti artistici rasentarono la pacchianeria, quel concerto rappresentò un passaggio fondamentale giacché confermò la capacità dell’opera di farsi evento/rituale pop con tanto di liturgia (edificazione del muro, crollo del muro) e vittima/salvatore. Nulla di contemporaneo potrebbe altrettanto: il rock attuale, col suo fronte estremamente parcellizzato, non può e forse non sa più costituirsi come gesto totalizzante sulla scena socioculturale (e mediatica). E’ perciò perfettamente comprensibile il febbrile entusiasmo per il nuovo tour di The Wall (praticamente sold out il tour statunitense, mentre le date europee del 2011 sono state letteralmente prese d’assalto): è uno degli ultimi eventi rock possibili, o – se preferite – residui. Un rituale di speranza per il rockofilo spaesato.

E qui sta l’ironia: perché come abbiamo visto The Wall nacque come un’opera anti-rock, o più precisamente come una critica aspra al concerto con le sue perverse dinamiche. Oggi quel muro è diventato un’attrazione da casinò di Las Vegas ad uso e consumo dei gitanti rock. Non mancano i motivi per meditare. E questo, volendo, è un ulteriore merito ascrivibile a Waters e (ex) compagni.

28 Giugno 2010
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