Live Report
Dal 1 Novembre al 3 Novembre 2012

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Al Pitchfork Music Festival di Parigi è sufficiente una seconda edizione – quella appena conclusa – per scrollarsi di dosso lo status quo di embrionale omonimo europeo della rassegna con base a Chicago e consolidarsi come autentico appuntamento di richiamo per il pubblico, ormai a 360 gradi, del portale più influente del pianeta in ambito musicale.

Il passo in avanti è infatti deciso, sia a livello di proposta – le giornate da due diventano tre, la lineup si espande da diciassette a trentatre act – che in quanto ad organizzazione, ovvero l’aspetto che catalizzò un po’ tutte le (forti) critiche piovute sulla manifestazione del 2011. Restano certo i prezzi esorbitanti favoriti dall’escamotage del pagamento via gettoni – per cui una birra media viene a costare circa sette euro – ed il divieto di lasciare la location per poi rientrarvi – comunque la norma in Francia -, ma il più folto assortimento del “punto ristoro” – con tanto di attenzione al passo coi tempi per le esigenze vegane – riduce al minimo le code. Il combinato fra l’ampiamento dell’area agibile ed un controllo degli ingressi volto alla massima sicurezza rendono l’atmosfera estremamente vivibile anche nei momenti di maggiore affollamento. Vincente poi la scelta del nuovo taglio, con due palchi a regime alternato situati ai poli opposti della medesima sala, più vicino ad una versione magna degli showcase di tendenza à la CMJ o SXSW piuttosto che ai grandi festival europei: evita il “dramma” delle sovrapposizioni e consente di seguire senza sforzo l’intero programma.

Un plauso obbligato va infine alla Grande Halle de la Villette – struttura da 20.000 metri quadri, interamente in vetro e ghisa, che ospita l’evento –, non soltanto bellissima, ma che pure esibisce un’acustica di tale qualità da lasciare disarmato chi, come chi scrive, è per forza di cose abituato a tutt’altri (leggasi: anche infimi) standard. Non solo: a farci sentire ancor più “lontani da casa” ci si mette anche il lavoro di tecnici del suono e non, tanto encomiabile da consentirci di segnalare come unici inghippi della tre giorni il mancato funzionamento del lightshow personale dei Purity Ring e non più di trenta secondi di microfoni rimasti in spia.

La prima giornata mette soprattutto sotto i riflettori il trionfo dei Japandroids, giunti qui alla quarantasettesima ed ultima data del tour mondiale: davanti al folto pubblico e col supporto impiantistico di cui si diceva, il duo di Vancouver mostra tutti i frutti dello scarto tra primo e secondo album, ovvero la riuscita proiezione da band tarpata dall’etichetta ‘best fit for clubs’ a potenza anthemica fuori dall’ordinario. Promossi altrettanto a pieni voti John Talabot e James Blake: il primo ringrazia per l’attenuante dello scarso rodaggio che gli avevamo concesso sulla dispersiva esibizione dello scorso Primavera Sound e ricambia con un set avvolgente, che riporta finalmente anche dal vivo il calore esotico e l’arte della sfumatura che tanto ci avevano convinto su disco; il secondo rispolvera come intro quell’Air And Lack Thereof che non ti aspetti, si fa furbescamente meno misurato e più clubby che può, fa tremare al solito le casse toraciche coi superbassi che qua, manco a dirlo, non ronzano, ci infila pure il brividino aggiunto confermando il secondo LP e, infine, si concede una sorta di doppia chiusura, prima mozzafiato con A Case Of You, poi d’hauntologia dubstep coverizzando i Digital Mystikz.

Bravi ad adattarsi alla situazione un How To Dress Well ultra-empatico e i DIIV a doppia velocità; consueti leoni acidi e percussivi i Factory Floor e una garanzia M83, per quanto ci si potesse aspettare di più dalla chiacchierata “special performance” con l’orchestra del collettivo teatrale Le Balcon, il cui contributo non risulta invece rilevante se non su pezzi “trattenuti” quali Wait e My Tears Are Becoming A Sea. Deludono gli acerbi AlunaGeorge – che non paiono aver altro repertorio per confermarsi nell’R&B contemporaneo ai livelli del singolone Your Drums, Your Love – e un Sébastien Tellier dalle esagerate mire cabarettistiche. Trascurabili, infine, François and the Atlas Mountains, sostituti dell’ultima ora per dei Charlift bloccati a New York dall’uragano Sandy.

Meno appagante la replica del day after. Per noi che soprassediamo al synth-pop degli Outfit e all’hip-hop dei Ratking, si parte con Jessie Ware, il cui set evidenzia – ben più che il disco – tutti i limiti di una performer dallo scarso carisma e, al momento, incapace di uscire dall’anonimato. Non convincono nemmeno un The Tallest Man On Earth che fuori da certo situazionismo intimo fa ancora e soltanto breccia con gli arcinoti singoli del debut e certi Walkmen di gran mestiere, ma in pesante debito di visceralità, come dimostrano i brani dell’ultimo HeavenRobyn fa inutile resistenza ad un tramonto artistico già avvenuto. Eppure gli highlights continuano a non mancare. A partire da quelli “previsti”, ovvero il travolgente, super-saturo, abrasivo, drone lungo manipolato trance, house e noise dei Fuck Buttons e la magistrale ora e quarantacinque degli Animal Collective, a cui si perdona il frangente centrale eccessivamente dilatato in strumentale e a rischio soporifero – che però falcia buona parte dei presenti in sala -, per un encore a dir poco esaltante all’insegna di Cobwebs, My Girls e della vera gemma di Centipede HZ, Amanita. Validi inoltre sia Wild Nothing che Chromatics, con due show fondati interamente sulle belle canzoni – a riprova della bontà dei picks della nuova direzione a personalismi ridotti intrapresa dallo stesso Pitchfork – e su evidente, importante confidenza.

La terza ed ultima giornata va via serratissima, trovando unici punti fiacchi nei Breton – buoni su disco, ignobili dal vivo – e paradossalmente dove si attendeva il definitivo decollo: il set da headliner dei Grizzly Bear. Tecnicamente perfetti, così perfetti che la meraviglia iniziale – sorretta anche dal palco più elegante del festival, con meduse-lanterna mobili – scema una volta spesi – succede quasi subito – i pezzi da airplay dell’ultimo Shields. Mancano proprio quelle imperfezioni da trasporto che strappino il brivido e rinnovino l’attenzione del pubblico che invece si ritrova nella frustrazione di dover attendere la solita Two Weeks per gioire nuovamente, mentre la macchina dei sogni, pur se già acquistata, resta in esposizione. Ci piacciono invece – con la riserva di rivederli in ambiente più raccolto e quindi concitato – sia l’urgenza tutta pancia dei Cloud Nothings che l’elettronica rappata dei Death Grips, vera e propria violenza psicotica che va oltre il fulcro, per presenza e immagine, MC Ride. È poi nulla meno che clamore per i magnetici Purity Ring, col culto Shrines ora realtà – per smarcamento dagli schemi e coerenza estetica – anche on stage; per Twin Shadow, ben avviato nella riscossione di tutti i sing-along meritati dai brani del recente Confess; per i Liars, in forma smagliante nella nuova virata ellettronica in trio, tanto tirati e potenti da far rischiare il “face melting” alle prime file. E, dulcis in fundo, divertono – e suggellano il successo complessivo dell’edizione – l’effervescenza dell’UK garage dei Disclosure ed il coriandolato dance-pop di Totally Enormous Extinct Dinosaurs. Rustie, Simian Mobile Disco e Julio Bashmore ce li perdiamo, ma ne abbiamo ben chiare le doti di fomentatori: del loro apporto all’ultimo, celebratorio dancefloor ci sentiamo comunque di non dubitare.

10 Novembre 2012
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