Recensioni

A un passo dai vent'anni di carriera, per PJ Harvey è ancora tempo di ricerca e di svolte stilistiche, di dischi forti da portare in giro per intero come ossatura del set e non come riempitivo tra una vecchia hit e l'altra, di pezzi che non spingono il pubblico a guardare l'orologio.

Quasi vent'anni passati a fare quello che le pare, col risultato che il culto si è consolidato e che il concerto di Ferrara manca il sold out solo per poche decine di biglietti, probabilmente, visto che rispetto al tutto esaurito dei National del giorno prima la differenza non si nota.

Per portare in giro Let England Shake, musicalmente intimista quasi quanto White Chalk, la nostra rinuncia alla soluzione solitaria scelta per la tournée scorsa ma punta comunque all'essenziale garantito: ad accompagnare le sue chitarre e l'autoharp che caratterizza l'ultimo disco, infatti, ci sono il sodale di sempre John Parish, il maestro Mick Harvey e un batterista asciutto ed originale come Jean Marc Butty.

Stessa formazione dell'album, il che evita qualche sbavatura di troppo che aveva afflitto alcune delle sue band passate (quella numerosa del '95 e quella del 2004, ad esempio), ma la coesione non sempre decolla: si ha infatti l'impressione che, benché il tour sia già iniziato da qualche mese e nonostante vengano eseguiti con precisione, non tutti i brani più recenti siano stati "cotti" abbastanza da rendere l'intensità che avevano su disco.

Non è questione di canzoni nuove vs. classici, visto che che questi sono stati scelti in base a ciò che poteva armonizzarsi con la produzione recente e amalgamati quando ci voleva, per esempio suonando alcuni dei vecchi brani col sunnominato autoharp – vedi C'mon Billy o rallentando The Sky Lit Up: tra i momenti migliori ci sono anche le recenti The Glorious Land o la title-track dell'ultimo in apertura, per tacere delle The Devil e The Piano estratte dal penultimo. Ma si registra una vaga discontinuità, dovuta anche ad una scarsa attenzione alle pause tra un pezzo e l'altro, un po' troppo lunghe (è noto che hanno un ritmo anche loro).

Non avremmo mai detto che un concerto di PJ Harvey, alla quale di solito bastano set brevi per raggiungere intensità elevatissime, potesse cadere, sia pure occasionalmente, nel preciso formalmente ma freddino; né che il pezzo più coinvolgente sarebbe stata l'oscura Pocket Knife dall'oscuro Uh Huh Her, sul cui sabba sensuale lascia autoharp e chitarre e si abbandona ad un'interpretazione con tanto di mimica e danza che esalta il bianchissimo (come il disco) abito di scena, che nella sua eccentricità – e col suo curioso copricapo di piume – avremmo visto più addosso a Bjork che a lei.

Ma si può anche dire che tutto questo è un commento da viziati: il concerto era di livello altissimo, quasi quanto una carriera che le permette di lasciare fuori dalla scaletta autentiche gemme e che ormai ha raggiunto una longevità non banale.

Forse è tutto in quel "thank you for listening" finale, così poco rock.

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