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Polly Jean s’innamora. Quell’anima inquieta, straziata, perennemente in bilico sembra aver finalmente trovato un (seppur precario) equilibrio emotivo: Stories from the city, stories from the sea è infatti il disco che non ti aspetteresti dall’umorale cantautrice inglese. Ma andiamo per ordine. All’indomani di Is this Desire?, la scintilla scocca da un’esperienza cruciale quale può essere il trascorrere sei mesi nella grande mela. New York, città di incontri, scontri ed eterne contraddizioni, melting pot di razze e culture, così diversa e lontana dalle campagne del Dorset, diventa simbolicamente per PJ un topos, un luogo dell’animo dove poter guardare finalmente con serenità se stessa e la propria vita.

Ecco dodici storie dalla città e dal mare, in una contrapposizione d’ambienti che non a caso simboleggia il dualismo dell’anima di Polly: una donna matura, pacificata, felice, anche se la tempesta è sempre dietro l’angolo (“look out ahead, see danger comes/ i wanna pistol, i wanna run”). Quel che conta comunque è che la ragazza non è più sola, ha finalmente qualcuno accanto che le dà sicurezza (“baby baby/ain’t it true/ i’m immortal when i’m with you” – Big Exit). E, di fronte a questo stato di cose, l’ex riot girl non può che porsi sinceramente, mettendo da parte orpelli, sovrastrutture, stratificazioni di significati, metafore.

Le liriche si fanno dirette, privilegiando il racconto in prima persona: ciò che realmente conta sono le emozioni scaturite dal proprio vissuto, come la rinascita accanto alla persona amata (la romantica ballata A place Called Home, con un bellissimo sovrapporsi di voci nel finale), la fuga (l’urgenza comunicativa di Big Exit, dal ritornello in stile U2 anni ’90), il puro piacere di ritrovarsi innamorati a New York, quasi come i protagonisti di un film (il fortunato singolo Good Fortune e la ballata R.E.M. You said something, uno dei momenti più disarmanti).

Da un punto di vista musicale, conseguenza naturale di questa denudazione è il ritorno verso sonorità essenziali, dirette: si torna al trio, dunque (Mick Harvey e il sempre fedele Rob Ellis) ma, eccezion fatta per alcuni episodi (il ruggito di The whores hustle, le ritmiche nervose di Kamikaze, la conturbante sensualità di This is love), l’impressione è quella di una forbice dalle punte smussate. In altre parole, una semplicità estrema, fatta di giri armonici elementari con pochissime variazioni, accompagnati da una cura per le rifiniture sonore; il risultato finale appare così irrimediabilmente levigato rispetto al raw sound degli esordi.

La presenza di Thom Yorke, preziosissimo guest ai cori in due brani (One Line e Beautiful feeling, scheletrica ballata ai limiti del post) e interprete principale di This mess we’re in, è senz’altro un valore aggiunto; quest’ultima in particolare è un momento di rara bellezza, un duetto da sogno, con l’autrice relegata al controcanto e le due voci che si invertono i ruoli, s’intrecciano, si sposano, proprio come gli amanti protagonisti della canzone.

I momenti più significativi si ritrovano comunque a fine programma, nell’innocenza ritrovata di Horses in my dreams, onirica ballata tutta in sospensioni memori dei Dirty Three e nella catartica We float, in cui non è difficile sentire di nuovo echi di Bono e soci.

Anche se, riascoltato a distanza di qualche tempo, questo disco tende inesorabilmente a mostrare i suoi limiti, non si può che restare ancora una volta stregati da quest’ennesima incarnazione di PJ, moderna vestale di una femminilità autentica. Come le sue canzoni.

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