Recensioni

7.1

Visti i nomi coinvolti, sembrerebbe proprio un ritorno al passato: Flood, John Parish, Eric Drew Feldman. Quasi per intero il team che realizzò Is this Desire?, più il non trascurabile contributo del batterista Jim White, membro degli spiriti affini Dirty Three. Ma la Polly Jean che torna a manifestarsi con non è più la rockettara acuta e spaurita alle prese con le brume metropolitane di fine millennio, quella specie di Alice alla scoperta della città-mondo dopo le mille battaglie con gli spiriti atavici e terrigni del blues. La Harvey da allora si è fatta donna corazzata, sempre più padrona di sé ma anche inevitabilmente preda del meccanismo. Fino al punto di non accettarsi più e sbracare sprezzante col trafelato Uh Huh Her, il disco del vaffanculo, del raccattare i cocci e levare le tende.

Polly ricomincia quindi dal proprio metro quadro, accogliendo tutto ciò che nel frattempo – dentro e attorno – è cambiato. Per farlo, azzarda una tabula rasa sconcertante: il perno di queste undici canzoni è il pianoforte – suonato con la grazia malferma di una principiante -, di chitarre appena qualche accenno, il mood è intimo e piuttosto desolato. Quanto alla voce, tratteggia una sequela di malanimi puntuti, ammicca soltanto ai cavernosi viluppi del passato spiegazzandosi perlopiù in falsetto, concedendo rare – peraltro intensissime – deflagrazioni, comunque mai del tutto fuori controllo (vedi quella, pur lancinante, nella conclusiva The Mountain).

Potrebbe rammentare la Tori Amos più schiva (Dear Darkness, The Piano), altrove addirittura la Bjork più panica/arcaica (Broken Harp). All’inizio, per chi l’ha conosciuta e amata, è un vero shock. Poi scopri che i pezzi, queste fantasmatiche concrezioni di errebì omeopatico, queste bave folk-blues impregnate di gotica irrequietezza, palpeggiano lo stesso cuore ferito di sempre. Come è evidente nell’ostinazione indolenzita di Grow Grow Grow, tra rombi di pelli ed evanescenze angosciose. Oppure nella vitalità desolata di Silence, a testa bassa nel senso di perdita e abbandono. Ma, soprattutto, i pezzi ci sono. Lungi dall’essere (soltanto) dimostrazioni di un percorso estetico nuovo da parte dell’ex incazzatissima del blues-rock, covano buoni motivi per esistere, sono ispirati. A partire dalla psych languida, inafferrabile della title track, per non dimenticare l’ipnosi jazzy scostante di To Talk To You e la scarna trepidazione di Before Departure.

Mi piace pensare a questo disco come al Nebraska di Polly, un raccoglimento (quasi) solipsistico per rimettersi a fuoco, per tornare al nocciolo della questione dopo le troppe tempeste che ne hanno messo alle corde la poetica, il linguaggio, la vita stessa.

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