• Mag
    11
    2018

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AWGE

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Dopo un anno dall’omonimo mixtape riecco Playboi Carti con un album vero e proprio. Nella non sempre esaltante – per essere carini – orda di Young e Lil qual(siasi)cosa, Carti offre un’angolazione del giro Soundcloud rap quantomeno interessante. Probabilmente molto più di quanto un ascolto distratto suggerirebbe, e sarebbe anche fin troppo facile infilarlo a forza nello stesso calderone di omologazione che abbiamo detto.  

Non si tratta dell’estremismo sperimentale di cui si è letto in giro, ma Die Lit (in tedesco «l’illuminato») è un sano casino che sembra implicitamente giocare con uno dei più inflazionati luoghi comuni di trap e affini: se in questi trend la produzione è centrale e l’unica cosa che conta sono le basi, proviamo a continuare a non dire assolutamente niente, ma facciamolo su basi che procedano per lo più per sottrazione. Less is more quindi, minimalismo e una certa indole quasi brutalista la fanno da padrone. Tante tracce si (de)costruiscono su una produzione che si limita ad affastellare solo 3/4 elementi: R.I.P. ad esempio è asciugata al massimo, basata su un inquietante motivetto discendente al synth ladrato da un gameboy d’antan, sorretto dal tandem basso distorto e drum sporchissima. A questa abbondanza di spazi vuoti Carti sembra allora voler sopperire con il consueto prontuario di effettazzi vocali trap: spara con le dita e la bocca infarcendo lo scarno beat di onomatopee, versetti e ad-libs in Pull Up, densa e minacciosa, e in Love Hurts, davvero ossuta con il suo semplice trinomio rullante-due note di basso sullo sfondo e un synth che saetta monotono all’inizio di ogni battuta.

È un’estremizzazione quasi parossistica di una maniera che sembra rivoltata su sé stessa in un gioco di specchi deformanti. Non che questo precluda la strada a pezzi più che validi: Fell in Luv è eterea e vagamente surreale, con la melodia portante di cori femminili continuamente spezzata e un synth malinconicamente spettrale di sfondo, oltre ad un gentile beat dal sapore quasi boom bap. Il testo è abbastanza ridicolo e ancora una volta non dice assolutamente niente di interessante, ma il pezzo risulta rilassante e arioso. Non mancano poi parentesi più gioiosamente gommose come in Mileage, dove Carti ci tiene a specificare come il numero di tacche sul bastone di Miley Cyrus non sia affatto un problema per lui («Miley Cyrus, catchin’ bodies / Don’t care if that pussy got some mileage, mileageœ», poeta). Speculare contraltare di questo mood più etereo e giocoso è invece l’angoscioso loop di pezzi intrappolati in giri claustrofobici (Shoota, Home), di cui Lean 4 Real è l’esempio più efficace: un mantra psichedelico di synth spettrali e ad-libs fittissimi, e solo l’arrivo di Skepta ne spezza l’alienante monotonia. 

Difficile che l’attenzione si mantenga viva per tutta la durata del disco, e i colpi a vuoto di certo non mancano, vedi Choppa Won’t Miss, che è praticamente un autoplagio (il beat è quello di Magnolia, senza il bassone portante). Lo stiloso riduzionismo di questa minimal-trap resta comunque un esercizio di stile – probabilmente fine a sé stesso, certo – suadente e a tratti molto più interessante rispetto alla sempre più inflazionata media del giro.

18 Maggio 2018
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