Recensioni

7.4

Secco, teso, vibrante. Materico e viscerale eppure pronto a spiccare il volo verso lande cosmiche e psichedeliche racchiuse in una forma-canzone relativamente concentrata e breve. Questo in sunto l’operato del trio americano giunto al proprio zenith creativo in virtù di una capacità oggigiorno sempre più rara. Essere cioè in grado di “misurare” il proprio lavoro, soppesarlo senza appesantirlo in distanze insopportabili – vero male del genere –, mostrare potenza senza per forza di cose essere ridondanti o parossistici, trovare infine il giusto equilibrio tra le anime che accendono i tre fratelli Carney sin dagli esordi. In soldoni, pesantezze hard, matrice stoner, influenze desert-rock & americana, velleità psych-cosmiche. In Echo Ono tutto ciò si ritrova in equilibrio invidiabile. Non un minuto fuori posto, non una nota in più del necessario, mai un eccesso di zelo in una musica che, trasporto per trasporto, abbisognerebbe di slanci anche irrazionali e senza misura.

L’hard-rock dell’iniziale Lions Of Least, per intendersi, brucia il suo potente concentrato alchemico nel breve volgere di 2 minuti e poco più con piglio quasi garage, mentre il rock desertico che sa di Meat Puppets della successiva The North Coast ne impiega solo uno in più per trascinarsi tra esplosioni e malinconici ripiegamenti.

L’asciuttezza stilistica, la compiutezza esemplare cui accennavamo in apertura contraddistingue tutto l’album, soprattutto nel suo cuore, quella parte centrale spesa nella ricerca/tributo ad tradizione americana dei grandi spazi ormai fatta propria. Ipnotici fraseggi in crescendo tra devianze psych e slabbrature stoner da sabbia nei capelli (Left With Lights), hard bonario (Across The Steppe) al crinale tra melodie vocali e reiterate asperità strumentali, umori post-Tom Petty virato west coast (The Expanding Sky), omaggi a Neil Young tra dolci carezze e chiose disturbanti (Silver Shadow) e elegiaci numeri psych-pop, malinconici e da tasto repeat (Stay Out, What A Sight). Il crescendo dell’accoppiata finale Royal Colors e Panoptica – la prima più evanescente e haunted, la seconda in un baccanale di spirali soniche – occupa un terzo netto dell’intero lavoro e rimette il trio sulle coordinate che ben si conoscono. Senza inficiare ciò che si è detto di Echo Ono ma, anzi, dimostrando per l’ennesima volta la posizione di battistrada occupata dai Pontiak. E non solo nel genere di riferimento, quanto nell’intero panorama attuale del rock pesante.
 

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