Recensioni

Il Pop Group del 2016 non fa niente di “nuovo” (nuovo rispetto alle premesse del tempo che fu, 1977 e dintorni). Arrivata al capitolo numero 2 della sua seconda vita, la cruciale formazione di Bristol cerca infatti di trovare un suono che si agganci all’attualità pur rimanendo coerente con i suoi programmi e la sua storia. Da questo punto di vista tutto torna: fin troppo facile stabilire un parallelismo tra la pendenza verso la dance di oggi e la fascinazione primaria per il funk, il reggae e il dub. Aggiornando la lezione imparata – e impartita – a suo tempo, Mark Stewart nel 2016 parla dei suoni contemporanei captati in giro tra footwork, il crunk o la trap. Interesse che non appare in maniera così smaccata ma un po’ più sottotraccia. Banale sarebbe stato affidarsi a un produttore à la page, decisamente più interessante la scelta di andare a monte di quel suono e piazzare accanto al fido Dennis Bovell la mente sonica di Hank Shocklee. La sua mano, com’era inevitabile, si sente: tastiere elettroniche, sample, rumori e persino certi inserti di chitarra ricordano le produzioni dei Public Enemy.
Honyemoon on Mars smentisce quella vena “pop” che avevamo colto nel precedente Citizen Zombie. Al groove capace di catturare l’ascolto in primo piano, sostituisce un songwriting irregolare, discordante, scorbutico. Nulla che non fosse nelle corde della formazione inglese, la differenza è che i suoni di oggi non stridono sull’orlo dell’apocalisse, piuttosto sibilano sinistri in una dimensione sperimentale e – se possibile – ancora più “analitica”: un viaggio mentale e sonico nell’alienazione e nella paranoia tutta contemporanea, un desperate journey, come canta Stewart, che inizia con una Instant Halo costruita tutta su una successione di blocchi musicali che sembrano quasi “dissociati”, e continua con la dance distonica di City of Eyes, sempre all’insegna di una forte impronta dub, marcata da pezzi come Days Like These, mescolata a scansioni seccamente post-industrial (War Inc.) e pattern e ritmi affini all’hip-hop (Pure Ones), con poche concessioni alla melodia (tra le eccezioni c’è la PILiana Zipperface). Con qualche pezzo memorabile in più avremmo parlato di un grande disco: ci si accontenta di quest’opera rigorosa e comunque stimolante.
Amazon
