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    19
    2018

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Domino

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Aaron Maine, mastermind del progetto Porches, è ancora alla ricerca di un suono che possa fare da ponte tra liberatorie pulsioni dance e una infinite sadness che ancora aleggia nelle sue composizioni. Se dalle nostre parti Cosmo ci ha da poco consegnato un riuscito esempio di techno-cantautorato (Cosmotronic) basato sul contrasto tra spensierati beat e testi dal retrogusto più amaro, il songwriter americano – con premesse non troppo distanti – si riaffaccia sulla scena con un lavoro ambiguo, a tratti piuttosto ermetico e, per ammissione dello stesso Maine, urgente e istintivo, che stilisticamente segue le orme evolutive già intraprese con il precedente Pool.

Nel terzo album a nome Porches, The House, il Nostro sembra tirare un elastico virtuale sia dall’estremità club-friendly sia dall’estremità melanconica, finendo forse per perdere un po’ di quella coesione che aveva reso Pool a suo modo unico. Fortunatamente, però, l’elastico non si spezza e, anzi, questo approccio rende il tutto molto più di difficile decifrazione e, quindi, alla lunga più stimolante. Il primo impatto è certamente spiazzante e si ha la sensazione che quando non tutti gli elementi sono al posto giusto, il castello di carte messo in piedi da Maine possa crollare in pochi secondi, mostrando tutti i limiti di soluzioni che talvolta sembrano seguire imperterrite ma senza troppa convinzione la formula “cassa dritta arricchita da intarsi sophisti/art e melodie sconsolate appoggiate sopra in modo quasi randomico” (Swimmer).

Per Maine, scrivere The House è stato un processo meditativo e di fuga, una sorta di routine esplorativa dell’io che emerge soprattutto in una seconda parte del disco più introspettiva e apparentemente maggiormente fragile, abbozzata, minimale e complessivamente meno rifinita. Nella prima parte, invece, i toni rimangono più spensierati e i brani più vicini alla forma pop, nonostante dichiarazioni di intenti isolazionisti piuttosto espliciti («Think I’ll go somewhere else where I can sink Into myself», in Finde Me). Find Me, uno dei due singoli di lancio, vive sull’equilibrio tra la voce lamentosa e assonnata e il beat di pulsante moderna 90s house. A fare da contraltare abbiamo l’altro singolo, Country, una lullaby lo-fi che sembra provenire dal repertorio di Alexander Giannascoli (a dirla tutta due passaggi melodici ricordano Brite Boy). Una melodia che non lascia indifferenti, impreziosita dai cori di Dev Hynes e Bryndon Cook. Oltre ai tre nomi appena citati, alla realizzazione di The House hanno collaborato anche i fedeli compagni d’avventura Maya Laner (aka True Blue, una sorta di Porches al femminile), Cameron Wisch (Cende ed egregio batterista) e il producer Chris Coady.

La voce di Maine suona sempre più sconsolata e apatica, impassibile davanti ai cambi di ritmo/verve e, oseremmo dire, quasi catatonica nel suo essere succube di un autotune mai così presente (invadente?): che siano beat cadenzati da slow-ballad (By My Side), contagiose ripartenze in quattro quarti (Goodbye) o articolate quanto vellutate soluzioni pop (W Longing), il newyorkese non muta – quasi – mai mood. I risultati sono altalenanti. Purtroppo, infatti, nonostante una interessante vena sperimentale (Arthur Russell in questo senso rimane un lume tutelare), a The House mancano quelle quattro-cinque killer-tracks che erano contenute in Pool. Per intenderci, Now The Water, con le sue sognanti e nostalgiche chitarre 80s, è un po’ una versione minore di Car, allo stesso modo Leave The House è una versione minore di Be Apart.

The House è l’alter ego imperfetto di Pool. Appurato questo non ci resta che capire verso quali lidi sonori si muoveranno con le prossime uscite.

21 Gennaio 2018
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