Recensioni

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Sulla copertina un arido sole nero, ma nelle tracce vi sono solo le acque con il loro imperterrito fluire, sempre identiche a se stesse ed indifferenti alla vita che sgorga da esse per poi tornarvi. Dopo le avventure dei Drexciya, Biokinetics, uscito per la prima volta nel 1996, è la seconda ristampa di quest’anno che affronta esplicitamente l’immaginario nautico. Immaginario che si fa presente a partire dal moniker Porter Ricks, preso in prestito dalla serie tv Flipper degli anni ’50, fino a titoli come Nautical Dub o Nautical Zone. A differenza dei Drexciya, qui non abbiamo un’avventura o una ricerca di emancipazione e nemmeno una ricca mitologia, l’unica presenza è l’elemento preso nella sua vita, nel suo fluire e nella sua eternità.

Thomas Köner, metà del duo insieme a Andy Mellwig, non è un estraneo al gioco tra estasi e stasi. I suoi lavori immediatamente precedenti – Nunatak, Permafrost e Teimo (anche loro in ristampa Type) – sono dei gioielli ambient di staticità cristallizzata tutta giocata intorno a lande inacessibili coperte dai ghiacci. Biokinetics è un disco che nasce in anni in cui cristalli liquidi non era solo il nome di una tecnologia ma soprattutto un concetto metafisico, un’ideale estetico da inseguire tra linee nitide e nette quanto fluide e sfuggenti. Port Gentil apre il disco con un suono distante, un rintocco nella nebbia, che come il canto delle sirene ci invita a perderci mentre lentamente monta un ritmico sferragliare. La dub techno di marca Basic Channel è qui usata solo come una struttura astratta all’interno della quale lavorare. Tutta la traccia si gioca su lenti movimenti, sui synth che si accavallano creando di volta in volta spettri che appaiono per pochi attimi prima di tramutarsi in qualcosa di differente. La traccia ha la mastodontica durata di dodici minuti al termine dei quali, dopo essersi sviluppata strato dopo strato, ci ripropone il rintocco con cui è iniziata.

E’ un momento inquietante, il ritorno del rimosso, con questa ripetizione si attua la svolta dalla pura astrazione verso l’orrore profondo. Non è un caso, quindi, che la Type abbia deciso di cambiare profondamente la presentazione artistica del disco rispetto alla sua originaria uscita per Chain Reaction. Nonostante in molti abbiano lodato le tracce di Biokinetics per essere invecchiate straordinariamente bene, nessuno ha notato come questo sia stato possibile solo tramite un radicale mutamento del contesto di fruizione. Se all’epoca della prima uscita – il case di ferro e label mates come Monolake – potevamo ancora collocare il lavoro dei Porter Ricks in una dimensione futuristica, fantascientifica, oggi il suo contesto risulta essere quello degli eoni e delle ere geologiche. Il referente non è tanto l’automatismo tecnologico quanto l’orrore ieratico dei remix di Regis per Raime e Vatican Shadow.

A causa di questo spostamento, oggi, le parti migliori dell’album risultano essere proprio quelle in cui i Porter Ricks più si discostano dalla formula dub techno per inseguire la loro personalissima visione. Bioknetics 1 è una esplorazione biologica di liquidi che scorrono nei ventricoli e nei tratti digestivi, mentre tre note di marimba richiamano alla memoria colonne sonore di infiniti documentari. Quelli di Biokinetics sono organismi che diventano in Port of Nuba uno sciame in ebollizione moleculare, le sonorità biologiche vengono moltiplicate con il dalay fino a farle occupare completamente lo spazio. E’ la vita messa in mostra nella sua materialità, nel suo strusciare corpo contro corpo, nell’atto di riprodursi fino a soffocare.

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