• apr
    01
    2008

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Universal

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In certi casi sembra impossibile non lavorare sulle aspettative create e lì rimaste. Dummy e Portishead possedevano delle differenze, il secondo maturava alcune intuizioni del primo senza tuttavia perdere di vista una coerenza estetica che già profumava di mito. Differente l’analogia tra l’album omonimo e il nuovo Third dei Portishead, dove non ci sono scarti ma distinzioni, nel quale non si parla di continuità ma di rotture. In mezzo, è vero, ci sono dieci anni ma non significherebbero granché se alla base del nuovo platter non ci fosse una scelta artistica forte e altrettanto netta.

Per i Portishead invecchiare ha significato togliersi del tutto dai conforti dell’hashish, dai suoni tattili e spaziali, e in un certo senso abdicare a una lucida disperazione face to face di fronte allo specchio. Una bianca e asciuttissima autoanalisi che Third opera soprattutto in senso arrangiativo segnando un confine e tagliando fuori ogni possibile appeal cinematografico, vintage o soulfull che sia. Nelle nuove tracce, infatti, non troviamo né uno scratch, né un basso dub, né puntine vintage che gracchiano, in poche parole, escluse le pose di Plastic, il Trip Hop è soltanto un ricordo lontanissimo e con esso sparisce pure l’idea d’ambiente sonoro (quella stilosa soundtrack hitchcockiana) a restringere il campo in un tubolare patto anglo-tedesco.

Si punta diritto alla minimal (dark) wave fine Settanta e lo fa a suon di kraut rock e di un suo corrispettivo motorik contemporaneo (la techno) e a siffatte regole, pure il soul viene convertito al marrone buckleyiano con una Gibbons a giocare vocalizzi molto meno falsettati e più rock in opposition(quando non nel più contemporaneo criptico folk magico) e chitarre/effetti a dibattersela tra Joy Division e un range di tappeti che vanno da un tribale Guru Guru tirato all’osso a una cassa scorticata fino a un crudo settaggio drum machine. In mezzo (splendido e altrettanto arcigno), il lavoro “povero” delle tastiere a mirare ancor più indietro, fino ai Silver Apples, l’anteprima Kraut targata Sessanta (We Carry On).

Roba quadra acid rock insomma, una due note tenute dritte e così i campionamenti d’archi, anch’essi decorticati per un sound che non lascia scampo se non nei momenti più diluiti, tra un richiamo alle nostrane soundtrack anni Sessanta (Hunter) e qualche delizioso motivo d’anteguerra (il siparietto Deep Water). Non v’è dubbio che l’iniziale fascino del lavoro risiede proprio in questo spiazzante cambiamento di cui il singolo Machine Gunsi fa formidabile portavoce: pensate a un canto Grace Slick a picco sull’orrore a cedere il passo a un plotone beats di kalashnikov e una Luftwaffe di synth svolazzanti.

Eppure Third non è il disco che cerca di finire sulla cover di The Wire a tutti i costi, è di più, un lavoro generoso che attraverso la sottrazione da cliché è in grado di regalare (un esempio su tutti: l’assolo free jazz dentro la ballad Magic Doors). Lo scultore lavora sempre per sottrazione dal blocco di marmo, che in questo caso è un proprio retroterra di già visto e già fatto da cui emerge una statua all’inglesità tedescofila; ma – matita blu a cancellare con maestria – non è questo il punto. Di fatto mai la depressione fu analizzata in musica con tanta severa e cinematica profondità.

23 aprile 2008
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