• Gen
    01
    1968

Classic

Repertoire

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Nati a Kent, in Inghilterra, agli albori della British Invasion, i Pretty Things rappresentano uno degli aspetti più creativi e pionieristici di quella scena, ma anche uno dei meno fortunati. I loro esordi sono legati ad un rythm and blues dal sound crudo e più duro rispetto agli Stones, dal quale trarranno ispirazione molti gruppi garage, a partire dagli MC5. Nonostante le attenzioni del pubblico inglese e in controtendenza rispetto all’”invasione britannica”, Phil May e compagni passano praticamente inosservati negli U.S.A.

Con l’esplosione della psichedelia, il gruppo cambia pelle e aderisce alla controcultura, mescolando il proprio sound R&B con le nuove sperimentazioni in studio, ormai consolidate dopo il giro di boa del decennio dei ’60. Nel 1968 la band si chiude negli studi di Abbey Road, dove i Beatles stavano registrando Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, per dare vita alla loro personale rivoluzione: S.F. Sorrow.
Nato da un’idea di May, il nuovo album proponeva una novità assoluta: partendo da una storia, il cantante aveva composto una serie di canzoni attraverso le quali raccontare la vita di un personaggio, dalla culla alla bara.

Cronologicamente, si tratta della prima rock opera mai pubblicata, pur precedendo di pochi mesi il capolavoro degli Who, Tommy, divenuto presto emblema del genere. Lo stesso Pete Townsend ha dichiarato di esserne stato ispirato, anche se le due opere hanno un carattere notevolmente diverso. Composto di singoli brani, uniti tra loro nel mixaggio, ma pur sempre delimitati da una forma chiusa, S.F. Sorrow non contiene né il dialogo diretto dei vari personaggi, né le riprese dei temi, caratteristiche che hanno conferito a Tommy la sua particolare e definita struttura drammatica, ripresa abbastanza fedelmente anche nella traduzione cinematografica.

Musicalmente, S.F. Sorrow segna un importante punto di contatto tra le esperienze post-beat e la nascita della psichedelia, facendo emergere due dati di fatto storicamente importanti: prima di tutto, il collegamento diretto tra la British invasion e la scena psichedelica; secondo, la stretta relazione tra le esperienze controculturali e i primi passi del rock progressivo (non a caso tutti generi che nascono in Inghilterra, così come sarà per il punk nel decennio successivo). In quest’album, il rythm and blues e il folk rock vengono osservati al caleidoscopio, con un orecchio a Sgt. Pepper’s dei Beatles e un altro all’acid rock dei Grateful Dead.

La corrispondenza tra i brani e i testi, fondamentale per rendere musicalmente concreta l’idea della rock opera, è un elemento cruciale di S.F. Sorrow: il contrasto tra il rock teso e acre di Balloon Burning, che presagisce la tragedia della morte della moglie di Sebastian, trova la sua logica conseguenza nella lenta e cupa Death, in cui sta ad una chitarra “piangente” e al sitar condurre la melodia discendente del triste riff, che descrive la sensazione di abbandono del protagonista. L’esperienza del “viaggio” introspettivo di Sorrow dentro se stesso è quella che mette in luce il carattere più psichedelico della band. Sembra quasi di sentire i Pink Floyd di barrettiana memoria quando l’andamento tranquillo di The Journey si trasforma in un incubo ossessivo dal quale fuoriescono, sovraincisi e manipolati, pezzi di brani precedenti (e della vita stessa di Sebastian) e che culmina nei deliri allucinogeni di Well Of Destiny. La chiusura è affidata significativamente ad una malinconica ballad acustica (Loneliest Person), che rafforza l’idea di solitudine e trascina malinconicamente il protagonista verso l’inevitabile fine.

5 Luglio 2009
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