Recensioni

Bobby Gillespie e i Primal Scream sono così. Un disco clamoroso e uno interlocutorio subito dopo. O di transizione. Ma verso cosa? More Light è stato un ritorno di fiamma anche sottovalutato, per l’album potente e ispirato che era. Un concentrato di tutti i Primal Scream possibili, di quello che potevano e possono essere (stati): rock, soul, funky, punk, dub, sperimentali, grintosi, incazzati, agit prop, classici e futuribili. In Chaosmosis sono solo elettronici. Danzerecci. E pop. Synth come se piovesse e melodie da brit-disco. Ma il caos del titolo dov’è ragazzi?
Il primo impatto è addirittura sconcertante, per quanto tutto sembra monocorde. Variazioni sul tema di Some Velvet Morning, electro pop più o meno spinto al confine con la techno-house con controcanto femminile. Tutto qua? Le cose un po’ migliorano, per fortuna, se ci si addentra di più tra le pieghe del disco. Già metabolizzati i neworderismi di When the Light Gets In, sorseggiate in scioltezza le memorie di acid house e Rolling Stones in Trippin’ On Your Love (sono pur sempre loro), c’è da fare i conti con lo scoglio di (Feeling Like A) Demon Again: pop dance con motivetti easy di tastiere e beat che usavano giusto i Soft Cell una volta e il nostro Immanuel Casto oggigiorno (massimo rispetto per entrambi, sia chiaro).
Perché l’andazzo sarà quello, anche se con diverse sfumature: 100% or Nothing e When the Blackout Meets the Fallout, che su quella falsariga adottano comunque suoni sporchi e distorti, ritmi ossessivi e viziosi (ecco, un po’ li riconosciamo), il momento chill out con organo rétro (I Can Change) o addirittura il retrogusto folk celtico di Private Wars. I Primal Scream sono da sempre una band camaleontica, che ti spiazza, che fa salti quantici in avanti ma anche all’indietro, che non si ferma mai nel mezzo. Questa volta però i Nostri si fermano lì vicino: il giudizio di sufficienza un po’ stiracchiato – va detto – ovviamente rispecchia la realtà.
Sufficienza fino al pezzo sette: avrebbero potuto fermarsi lì, vista l’aria kitsch che tira nel finale – o “per fortuna che non sono andati oltre la traccia 10”, dipende dal punto di vista. Un disco fatto solo di ibridi criptobeatlesiani (Carnival of Fools) e Rolling Stones dancefloorizzati con tanto di cornamuse (Golden Rope) – mezzo punto comunque in meno – e avremmo parlato di una vera débâcle…
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