Recensioni

7.8

Capita ancora, fortunatamente, che dischi nuovi ti sorprendano al punto di scatenare un genuino entusiasmo. Più che mai quando non te li aspetti. I Primal Scream sono una band imprevedibile. Nel bene e nel male. Possono fare un album rivoluzionario e un altro di retroguardia, un’opera capitale e un disco irritante. Questa volta, però, colpiscono nel segno, come non facevano non dico dai tempi di Screamadelica ma perlomeno da quelli di XTRMNTR, di cui More Light condivide la tensione politica e la propensione all’invettiva.

Oltre a ribadire in maniera persino imprevista la centralità di Bobby Gillespie, Andrew Innes e compagni nel panorama musicale britannico, il nuovo album rende bruciante e attuale una parola quasi dimenticata: crossover. Uno dei dischi dell’anno – da queste parti – comincia con quello che si candida, delle prime note di quel riff di sax, a essere uno dei pezzi dell’anno (non solo per il titolo): 2013. Sembra quasi di sentire i Roxy Music, con una carica di rabbia spropositata in aggiunta ai lustrini glam e all’intelligenza sonora, incontrare gli Stooges di Funhouse e il suono baggy; si balla sulle barricate tra la chitarra di Kevin Shields e un arpeggio liquido di tastiera, un groove di quelli che andrebbero avanti all’infinito come nel migliore kraut rock e strofa-ritornello-ponte-coda orecchiabili e perfetti. Un brano allo stesso tempo camaleontico e catchy, come i Primal Scream ne sanno davvero scrivere quando si mettono di buzzo buono e che riescono a tessere e tenere vivo come da manuale, per tutti i suoi 8 e passa minuti. E un testo durissimo: si parla di schiavi del XXI secolo, di un punk rock che non ha cambiato niente, della controcultura corrotta dal denaro, di soluzione finale per la rivoluzione giovanile. Difficilmente poteva esserci un inizio migliore e più convinto.

Poi si prosegue e le gradite sorprese non mancano. Il trip-hop di River of Pain che si spacca in due per dare spazio a un intermezzo dell’Arkestra di Sun Ra calata da chissà quale galassia. Culturecide, dub-funk aggressivo come un pugno in faccia e destabilizzante come la morsa allo stomaco che ti prende nel leggere le liriche; siamo in pieno retaggio post-punk tra il Pop Group e i PIL (e perché no, un po’ di Tricky) con fiati e un flauto (!) al limite del free jazz e la voce di Mark Stewart a rendere il tutto ancora più disperato e apocalittico. Hit Void, cioè quello che sarebbe un brano punk di oggi: i My Bloody Valentine o gli Spacemen 3 che suonassero su Nuggets insieme ai Ramones e ai Contortions.

Si può obiettare che si tratta di citazioni, di un passato rimescolato e riverniciato di moderno, di un gruppo che è uno nessuno centomila per come ha cambiato pelle in questi anni. D’accordo. Questo non nega, però, che i Primal Scream siano al top della forma per scrittura e arrangiamenti e la produzione di David Holmes contribuisca a dare ulteriore smalto ad altri pezzi di tutto rispetto: il brio soul di Invisible City, gli accenti quasi alla Bad Seeds di Sideman, Elimination Blues con il cameo di Robert Plant, il raga-rock di Relativity che con un guizzo diventa una ballata acustica, di quelle che non sarebbero dispiaciute ai Radiohead di tanti anni fa. Suonano tutt’altro che stucchevoli persino le vecchie ossessioni byrdsiane e rollingstoniane di Walking with the Beast e It’s Alright, It’s OK, sorta di Movin’ On Up parte seconda, con lo stesso groove e le stesse qualità innodiche della traccia d’apertura di Screamadelica.

Con una bassista nuova di zecca i Primal Scream presenteranno ora il nuovo materiale dal vivo e vedremo se andrà tutto per il verso giusto. Non capita così spesso di trovare in questo stato di grazia un gruppo con venticinque anni di carriera alle spalle. Ti fa quasi avere fiducia nel rock and roll nel 2013…

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