Recensioni

Tutta colpa di Jeff. Anzi, dei “Jeff”. Così, nella suburbia londinese della seconda Summer of Love, venivano famigliarmente chiamate dagli adepti della nuova religione acid-house le pasticche di ecstasy. Il nome era in onore di Jeff Mills, uno dei mammasantissima della techno detroitiana, e quale miglior simbolismo per fissare l’inscindibilità di musica e droga che ha caratterizzato quella stagione? Ok, ne ha caratterizzate anche molte altre. Ma il binomio non è mai stato così stretto, sostanziale, verrebbe da dire quasi ontologico, come nei tempi e nei luoghi in cui i Primal Scream rinacquero come un’araba fenice con gli occhi pallati, reinventandosi e inventando al contempo un mondo nuovo. Lo fecero nel giro di un anno e mezzo, passando dall’essere dei morti che camminano (in pantaloni di pelle e con in tasca qualche riff rubato agli Stooges) a irresistibili, sinceri, credibilissimi e-vangelisti della Rivoluzione che spazzò definitivamente via gli anni ’80 (che poi sarebbero rientrati dalla finestra, ma questa è un’altra storia).
Il culmine di quel processo fu Screamadelica, che oggi compie trent’anni ed è sempre bello e stonato come il sole superfreak della sua immortale copertina. Talmente iconico, talmente monumentale che scriverne per l’ennesima volta sembra il più classico degli onanismi da critici musicali. Eppure lo stavamo aspettando tutti, questo trentennale, giusto? Viviamo immersi nella contemplazione quotidiana del passato, sempre lì con la finestra aperta su Wikipedia per controllare la ricorrenza del giorno (che si tratti di un disco, un concerto o più spesso un morto) per poter poi celebrare, ricordare, sospirare. In questo eterno groundhog day, in cui i social ormai sembrano sempre più l’”Almanacco del giorno dopo” che ha intristito le già non allegrissime infanzie di chi oggi gira intorno ai cinquanta, fa un certo effetto passare al setaccio della nostalgia un disco che ha incarnato l’essenza del “qui-ed-ora”.
Screamadelica quando uscì era contemporaneità assoluta, pure se nella percezione del tempo distorta e dilatata di molti che lo ascoltavano tornando da un rave o da un club. Era una celebrazione anche quella, certo. Ma del presente. Anche se poi dentro c’era mezza storia della musica fino a quel momento. In questo, Screamadelica ha davvero qualcosa di miracoloso. Poche, pochissime altre volte un disco ha saputo inglobare quarant’anni o giù di lì di suggestioni sonore, non semplicemente giustapponendole o cucendole innaturalmente una all’altra, non trattandole come “generi” da “mescolare”, bensì creando continuità. Un unico flusso musicale fatto scorrere attraverso il prisma screamadelico, alterato dalle droghe e reso possibile dalla tecnologia. Screamadelica era qualcosa che riusciva contemporaneamente a sballarti, a rapirti la mente a renderti consapevole del corpo nel tempo. Il tuo corpo e il tuo tempo, anche se magari non eri mai stato a un rave, a Ibiza, all’Hacienda o a una serata con Paul Oakenfold venticinquenne che mette i dischi.
I Primal Scream invece sì, ci andavano trascinati da Alan McGee, e non hanno atteso troppo per farsi catturare da quelle vibrazioni. È in quelle serate dionisiache allo Shoom o allo Spectrum, in quei ritorni in furgone con le ultime novità da Detroit e Chicago procacciate da McGee che avevano sostituito i soliti nastri di Fun House o di Nuggets come colonna sonora, che nella mente voracemente affamata di stimoli sonori e naturalmente incline al sincretismo di Bobby Gillespie prende forma un’idea meravigliosa. Il rock’n’roll così come lo stavano suonando i Primals nell’89, sempre più svogliati e disillusi, non aveva più senso. Ma poteva essercene un altro, di rock’n’roll, che non rigurgitava ad libitum i riff di Chuck Berry o degli Stones ma attingeva al dub, alla techno, alla house, all’hip hop. Senza peraltro gettare nella spazzatura della storia né Chuck Berry né gli Stones né mille altre cose, dal soul e i 13th Floor Elevators (nessuna cover di una psych band degli anni ’60 ha mai suonato più futuribile di Slip Inside This House) ai PiL e Brian Eno. Un nuovo rock’n’roll, un nuovo punk. Musica che avesse quelle connotazioni di pericolo, eccitazione, violenza (metaforica, si intende) e pura gioia dei sensi che per Gillespie erano e sono fondamentali. Altrimenti che stai a fare musica, che perdi tempo a sentirla?
La visione di Bobby e dei suoi partner in crime (Andrew Innes soprattutto, che per certi versi è stato il vero regista occulto di Screamadelica, mentre Robert Young, rocker nell’animo, è sempre stato con un piede dentro e uno fuori) non avrebbe potuto forse realizzarsi senza l’aiuto di qualche amico (a parte, ovviamente, i “Jeff” di cui sopra) trovato lungo la strada e unitosi all’avventura. Uno su tutti: Andrew Weatherall. Se è esagerato e ingiusto nei confronti sia della band che di chiunque altro abbia partecipato alla lavorazione dell’album (a partire dall’ingegnere del suono Hugo Nicolson) sostenere come spesso si legge in giro che Screamadelica è fondamentalmente un disco di Weatherall, è altrettanto vero che senza di lui sarebbe stato qualcosa di molto diverso e molto meno radicale. O forse non sarebbe stato.
La prima pietra della cattedrale, lo sanno tutti, è stata il remix di I’m Losing More Than I Ever Had, ballata sul secondo disco dei Primals di cui Andy (l’unico giornalista inglese a cui era piaciuto) aveva fatto una malattia e che proprio lui trasformerà a botte di dub, riverberi, sampler, beat e estensioni di riff basicamente soul in quel meraviglioso cigno nero chiamato Loaded. In una leggendaria intervista rilasciata a Kris Needs, Gillespie spiegò benissimo il rationale di quel singolo titanico così come di tutto Screamadelica: «Era una incisione dub. Simile a quelle ricostruzioni radicali del reggae che produttori giamaicani come Joe Gibbs facevano nel ’73 e nel ’74. Loaded ci ha insegnato molto sul ritmo e sullo spazio. Imparare a usare i sampler ci ha dato una nuova tavola di colori aprendoci un nuovo universo di possibilità psichedeliche». Ritmo, spazio, campionamenti, fisicità, psichedelia. Soprattutto psichedelia, come quella intorpidita, drogatissima, realmente estatica e assolutamente, totalmente moderna di Higher Than The Sun, che non sarebbe il capolavoro che è se non ci avesse messo le mani sopra Alex Paterson degli Orb (ma la seconda versione prodotta da Weatherall, con il basso cavernoso e disperso nella giungla di Jah Wobble, è altrettanto epocale).
E poi c’era anche la vecchia guardia, impersonata da Jimmy Miller. Con il vecchio produttore degli Stones imperiali del ’68-’73 i Primals piazzano le zampate più “tradizionali”: prima l’apertura di Movin’ On Up in cui confluiscono gospel, r’n’b, fantasmi di Beggars Banquet e citazioni letterali dei Can di Yoo Doo Right («I was blind but now I see…you made a believer out of me») e poi quella Wild Horses da chillout che è Damaged. Il gioco di rimandi tra passato e presente – fatto di incastri incoerenti eppure perfettamente consequenziali, citazioni (soltanto in quell’inno all’edonismo a briglie sciolte di Dont’ Fight Feel It ci sono Sam Cooke, gli MC5, Junior Walker, tutti peraltro racchiusi nel contesto più scopertamente dance dell’album), campionamenti, frasi melodiche prese da questa o quell’altra fonte – è il vero fil rouge di Screamadelica. Che come è stato detto da molti già all’epoca in fondo è un concept album. Un ciclo di brani che riflette la classica serata acid-house: l’entusiasmo, l’euforia (Come Together, un’esaltazione della vita, della musica e dello stare insieme come poche ne esistono), il momento di introspezione che arriva a tradimento e in cui ti senti in pace con il mondo (Inner Flight, che ricorda stranamente gli interludi strumentali di Pet Sounds), il coming down, il ritorno a casa guardando il cielo (Shine Like Stars, in pratica Alan Vega che ciondola per le strade deserte della Bowery sulle note di un carrillon e di un harmonium).
Ma Screamadelica è anche molto altro, e sarebbe fagli torto a intrappolarlo nel suo frame spazio-temporale. Certo, è un disco figlio della sua epoca (ma ci si potrebbe anche chiedere quanto quell’epoca fosse figlia di dischi come Screamadelica) e tuttavia ancora in grado di parlarci dopo tutto questo tempo. Di ricordarci che la musica possiamo sentirla con la mente e con il corpo, dentro un tempo che possiamo crearci da soli. Dove non esistono rock, dance, rap, soul «…gospel, and rhythm’n’blues, and jazz». Quelle sono tutte etichette, sappiamo che la musica è musica, come dice il reverendo Jackson nel sample di Come Toghether.
Trent’anni dopo, Screamadelica è ancora quell’esperienza unificante e totalizzante. Me ne sono accorto l’anno scorso, il giorno in cui morì Andy Weatherall proprio all’inizio dell’infinita angoscia del lockdown. Misi istintivamente sul piatto Screamadelica, la puntina su Come Together e quel «together as one» per un attimo ha sostituito un mondo di distanziamento sociale (iniziato ben prima della pandemia) con uno in cui siamo tutti una cosa sola. È un’illusione, chiaro. Ma a quell’illusione Screamadelica mi fa credere oggi come trent’anni fa.
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