Recensioni

PS2009 suona tanto come play station e invece è Primavera Sound, il festival indie, ora possiamo dirlo, più famoso e popoloso d’Europa. Tre giorni, cento concerti e colpo d’occhio di una massa di gente in ogni palco. Secondo forse a quello americano dove solo i più danarosi e convinti possono accedere. Primo sicuramente per il mix tra indie e vecchie glorie che ce l’ha fatto piacere da subito e primo pure per capacità di cogliere le innovazioni tecnologiche e funzionali al business.

PS è la sala giochi della musica anzi il luna park di un certo tipo di musica che o è storicizzata e quindi costa cara oppure ha un cachet medio basso. Due o tre miti e mettere d’accordo, due o tre generazioni e un’ottantina di altre realtà a contorno, il tutto con il beneplacito di tutti, giovani e vecchi. Un prodotto vincente di quelli che una volta avrebbero scatenato scontri verbali e ideologici. Ma anche un prodotto più autenticamente 2.0. Più complicato da additare che non per le politiche più terra terra del costo della birra – o della prenotazione per entrare all’auditori che costa un eurino in più (totale 2). I fatti parlano da sé: il PS ha superato concettualmente il format classico del festival che da sempre ti propina quattro cinque bolliti di dieci anni prima (prendi Oasis, Metallica, Tool, Blur) come la cosa hype da far fare alla cosiddetta massa, con una realtà che ha il coraggio di metterti Deerhunter, Oneida e mettiamoci pure i Bloc Party prime time assieme all’indubbio gusto di proporti tutta la teppaglia post punk in reunion mirate che di anno in anno hanno mosso centinaia di addetti ai lavori. Quest’anno il ciclo si è compiuto con gli A Certain Ratio, poca roba, ma gli storici nomi anche quest’anno sono stati intoccabili: Neil Young e Michael Nyman per la serie sempre più dinosaur. Prima di loro c’erano stati Lou Reed, Iggy Pop e Patty Smith. Roba di lusso che non puoi dire quello che diresti se ti chiamassero gli Stones o peggio gli U2. Infine ricordiamoceli per un attimo i festival nostrani e l’italietta che siamo quando la vediamo da lì. Da Barcellona. Il contenitore più grande del già grande PS. La città dei balocchi come la Bologna di qualche anno fa al cubo.

Rigira il festival come vuoi e vince, perché centra i propri risultati. Salvo la fu proverbiale resa acustica degli impianti, quest’anno meno attenta (o addirittura scadente nel caso del palco Pitchfork). Salvo, e tutti lo sappiamo, perderci di anno in anno sotto l’aspetto logistico e di sovrapposizioni di palco. Il risultato quest’anno sono state intere mezz’ore senza sapere cosa fare, tra un concerto e l’altro di un minimo interesse. Oppure, peggio, un Ariel Pink con band e stravaganza quasi lo-glam alle cinque e mezza di pomeriggio. Con dopo due ore di buco. Del resto, la complessità dello scegliere e scremare, lo scarabocchiare i flyer con linee e numeri, scalette, il fantasticare sulle asimmetrie e anomalie di suoni sono invero sempre il suo autentico bello e quindi anche il difetto è in verità un grande pregio.

Chi sa cosa vuole in ogni caso ha degli spettacoli garantiti e sempre a sua scelta può razionalizzare l’acquisto delle vivande per la sopravvivenza. Quest’anno – sempre per trentenni ex disoccupati e teenager danarosi – c’era una machine touch screen tipo i-Phone dove prenotare per gli spettacoli dell’auditorium e comprare un ampio range di bevande. Potevi pagare con la carta e contanti senza perderci un euro con un resto garantito al cent; e se ti scocciava fare la fila c’era l’omino sandwich. Con loro l’Estrella o il redivivo Jack D’n’Coke formato lattina non sono mai mancati. E a soli un euro di più. Dimenticavamo il look. Quest’anno tra una quantità sorprendente di under 18 e nerd, la Rayban ha pensato bene di spremere fino alla fine il revival dei mitici occhiali di plastica. Tra gli ottantamila presenti almeno 2 o 3 mila li hanno già da giovedì, ma vuoi vedere che ci sono almeno altrettanti consumatori? Invogliarli significa allestire dei concerti acustici nello stand espositivo e regalare gli stessi occhiali alle band che suonano. Magari farglieli pure mettere dietro compenso. Gli Horrors canteranno pure come nell’Ottantatre ma tante storie non le fanno, ci fumano su. In Spagna il monopolio tabacchi può pubblicizzare il proprio brand. E’ accattivante: giallo con scritta blu che sono anche i colori di un’area relax perfettamente situata all’incrocio tra i vari stage. Dentro un container di quelli da nave ci sono altre belle macchinette. Ti ci puoi comprare le tue sigarette preferite. Bevi + fuma. Chi ascolta questa musica è vestito di queste cose capito?

Ci domandiamo se l’unica vera ribellione al confort e alla droga legale; a tutto il sedativo che non toglie la capacità di sentire il consiglio per l’acquisto; ai tappi per le orecchie forniti all’ingresso tarati 20 db; non sia il dannosissimo – sia per gli occhi che per le orecchie – spettacolo dei My Bloody Valentine. Due gli show per loro, uno fuori e uno – paura – dentro l’auditorium delle meraviglie. Che quando il reattore parte la turbina si sente anche fuori dall’acusticamente isolatissima sala. Shields, come lo scorso anno Mr Dinosaur Jr, è quel classico nerd con l’orecchio inevitabilmente leso. Alzare i volume è un’esigenza e non una libidine. Quando non senti più, la musica è solo vibrazione. Uno sballo che, come una malattia, ti impedisce di pensare ma è anche l’unica cosa non-mediata che respiri quaddentro. Lo capisci solo a certi livelli – quando il denaro in gioco è capitale – quanto l’udito non sia scambiabile. Quando lo sarà avranno ragione i Portishead che lo scorso anno avevano un’immagine di Essi Vivono come logo del loro My Space.

Ma ora questa musica celestiale e idilliaca che ti fa un male cane per volumi e immani feedback è il migliore paradosso/spiegazione del frame in cui ti hanno cacciato e dal quale non puoi più sfuggire. Alzare il volume talmente tanto da far sparire Tabaco, Estrella, Jack D, Rayban e tutte e mode e tutti i vizi è come ricreare il contatto diretto tra te e la musica. Senza mediazioni. Privarti dei sensi per accedere a una nuova vita. Ascetismo spiritual-shoegaze contro chi oramai non capisce più e ti mette i Liars all’ATP perché sono sperimentali. A chi ti chiama i Mahjongg un anno dopo perché tutti hanno detto (dissero) che sono un prodotto promettente. Kevin Shields icona contro tutti gli Wavvves consumisti wow illegali ma tanto non lo capite che – a certi livelli – è uguale. Fatti della musica. Fatti dell’introno di musica. Siete disposti a farvi saltare le orecchie per ascoltare musica? Se avessimo il video faremmo apparire la sigla di Lost.

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