Recensioni

La caratteristica che ha sempre contraddistinto il Primavera Sound dagli altri festival mondiali, è senz’altro il taglio. Lo abbiamo più volte ripetuto e lo ribadiamo in questa sede: il mix tra i cosiddetti indipendenti (e quelli che ora, in assenza di nuove tag, chiamiamo major indie) e i rispettivi cugini, zii o nonni sempre nell’ordine del culto o dell’immaginario collettivo, è l’architrave sul quale l’organizzazione ha costruito la propria riconoscibilità.
La manifestazione catalana ha saputo non solo catturare un gusto accomunabile agli anni zero (e oltre), ma anche bilanciare i propri pesi medi – e misuratissimi massimi – con una marea di proposte settoriali, evitando eccessi SXSW e aprendo interessanti parentesi in territori extra target. Se negli anni passati era stato sdoganato l’hip hop, quest’anno è stata la volta dell’universo metal – ovviamente di nicchia – con un misto di veterani grindcore (Napalm Death), industrial metal (Godflesh) e carnevalate grottesche (Mayhem) e latitudini recenti con il black dei Wolves In The Throne Room . E’ vero, qualche anno fa c’erano stati i padrini del metal Motorhead, ed ecco che torniamo al discorso artistico del Festival: studiare un giusto mezzo tra fama e cultura musicale, evitare band completamente nel giogo mainstream (e quindi anche costose), investire il budget in act più piccoli, formare un mosaico di contemporaneità diversificata e molto dispersiva ma web-circoscrivibile (vedi Pitchfork). E tutto ciò ha ripagato, anche quest’anno salvo alcune note spine nel fianco a livello di booking.
Bucati gli Stone Roses – ovvero la reunion dell’anno -, persi i rinati Blur (che comunque quest’estate i festival li faranno) e raddoppiata la location – Optimus Primavera Sound – con l’aggiunta di Porto (in Portogallo), gli organizzatori Primavera Sound hanno subito il forfait (poco prima dell’inizio del festival) del main act più atteso, Björk. Era la popolare islandese il nome di richiamo e non solo in termini prettamente musicali: lo show, già presentato live lo scorso anno, sarebbe stato sontuoso, con arpe altre 10 metri e altri mille effetti speciali.
Un’edizione un po’ sfortunata dal punto di vista degli inconvenienti: a parte l’islandese, costretta a cancellare per un nodulo in gola, uno dei componenti degli Sleep si è sentito male durante le prove ed è stato portato d’urgenza all’ospedale di Barcellona, i Melvins hanno perso l’aereo, il set dei Death Grips – hip hop act underground dell’anno a quanto pare – è sparito dal cartellone qualche settimana prima dell’inizio del festival. E sempre in tema di out-hop scuro e incazzereccio, pure EL-P ha dovuto cancellare per un lutto.
Senza Björk, il PS ha potuto contare fino a un certo punto sui Cure. Di fatto nella giornata del venerdì i nostri si sono portati a casa una buona parte delle 42.000 presenze, ma il set di Robert Smith e soci è stato qualcosa di molto meno basilare del grande spettacolo pop che fu il concerto dei New Order del 2005. Del resto, come dicevamo, il festival si fa e si valuta nei set più piccoli e nelle performance all’auditorium, non certo con l’ennesimo concerto dei Wilco (impeccabili ma pure troppo), degli Shellac (presenza fissa dal – a occhio – 2007) o negli show d’apertura che quest’anno – gratuitamente – si sono svolti in centro a Barcellona, all’Arc de Triomf, il mercoledì (The Walkmen, The Black Lips, Jeremy Jay e The Wedding Present).
A proposito dell’auditorium – uno delle strutture con l’acustica migliore in Europa e il luogo magico in cui abbiamo assistito agli indimenticabili set di My Bloody Valentine, Throbbing Gristle e Portishead -, i set di questa stagione sono risultati, alla fine – e soltanto – buona musica: Jeff Mangum sicuramente il migliore; Josh T. Pearson il santone, l’egocentrico Father John Misty una Laura Marling circondata da musicisti hanno fatto il loro dovere; perplessità sulla “reunion” commemorativa dei Big Star del solo membro superstite Jody Stephens, che per i numerosi ospiti che si sono alternati al canto nell’esecuzione del capolavoro Thrid (Yo La Tengo, Jeff Tweedy e Sharon Van Etten…), è stata più una scusa per omaggiare Alex Chilton che un concerto vero e proprio. Pare infine che all’organizzazione non verrà più concesso l’utilizzo per questo spazio e sarà un problema non secondario per la qualità della proposta dei Festival a venire.
Sul lato propriamente festivaliero non poteva mancare il lato hipster e la vituperata hipsteria, il tormentone degli old che puntano il dito alle scialbe nuove generazioni. E il gioco al massacro è stato facile assistendo ai concerti dell’area Pitchfork. Il palco, situato sotto la struttura in cemento che sorregge i pannelli solari, ha prodotto un riverbero metallico, sordido e bombato, con un sound che spesso è stato carente o eccessivamente distorto. In una location, tra l’altro, nemmeno suggestiva o raccolta. E’ il peggiore degli scenari per act di ragazzi con poca esperienza live e troppa voglia d’alzare il volume. Gli Iceage – su disco molto buoni – sono stati ignobili. La più attesa, Grimes, parte male per problemi di vario tipo, poi esalta le prime file (l’audio non arriva oltre) e infine riesce a far tornare le cose a posto in un finale con ovazione (ma non certo per i ballerini improvvisati). Promettenti i Purity Ring, post-witch e molto dream attesi su 4AD. Disastro per quegli Sleigh Bells che dovevano competere con le macchine da guerra Napalm Death (tra i migliori set del festival per il sottoscritto): nessun senso sulle mezze misure. Sorpresa per un Kindness che, differentemente da quanto si ascolta sul suo schizofrenico disco, ha messo in piedi uno show di grandissimo effetto. Lui agghindato primi 90s (capello lungo, pantalone stretto, giacca larga con spalline) e la band + sound assolutamente 80s con 2 coriste black che cantano su un abecedario ritmico-arrangiativo di funk e soul applicati al crooning. Bravi anche SBTRKT, ovvero Aaron Jerome e Sampha; coraggioso e bravissimo Atlas Sound in solitaria e validissimi i Lower Dens recentemente virati kraut; The Field bomba loopadelica rodatissima; decente Danny Brown (ma ci aspettavamo di più), meglio Spoek Mothambo all’Adidas (di cui non ho trovato live clip, ma c’è quest’ascolto live al SXSW di quest’anno con la stessa band). D’altro canto gli artisti più da club o da studio tout court hanno sofferto ancor di più al Pitchfork: evitabili Washed Out, Chromatics (In The City, però, valida) e un po’ anche The Weeknd, che in versione soulfull live band tutto sommato non è malaccio.
Un altro palco fortemente caratterizzato dalla propria firma, è stato quello dell’ATP (vedi alla voce chitarre, ambient, industrial, post-rock, hard-rock, post-punk). La posizione più raccolta e strategica ha esaltato gli act più atmosferici come quello dei Forest Sword, Main (l’isolazionismo di cui abbiamo più che mai bisogno oggi), Demdike Stare (difetto: troppo uguali al disco) o Codeine (un tantino rigidi), ma anche quelli più hard, vedi alla voce Mudhoney, Thee Oh Sees e soprattutto Godflesh. Parentesi per The Pop Group: band più rodata rispetto al periodo iniziale della reunion (ricordate il Locomotiv?), anzi, proprio una gran band. Peccato per certi volumi davvero esagerati, ma si sa, Mark Stewart quando ingrana non guarda in faccia nessuno.
Ray-Ban è un palco medio-grande senza un gusto o una direzione artistica particolare. Quel che è certo è che le band qui – quando ne sono state in grado – hanno suonato in maniera impeccabile, con chitarre ariose, bassi e batterie solide, voci cristalline. Su questo stage tempo fa avevamo compreso quanto i Deerhunter fossero una band da grande audience e ora constatiamo che se Hope Sandoval e David Roback sono invecchiati e impassibili alle musiche dei riformati Mazzy Star, la band tutta, quando vuole, è ancora in grado di trovare le giuste vibrazioni psych e farci sparire dentro il suono. Questo è anche il palco dove abbiamo assistito al live degli inesperti John Talabot (il disco è una bomba, il set è scolastico con pause imbarazzanti tra un pezzo e l’altro), alla vendita – meglio svendita – del culo di Benga (con rapper cerimoniere) con una manciata di tune che vogliono vincere una corsa persa in partenza con Skrillex e al dignitossisimo set di Scuba. In più ci siamo gustati tre set (anche troppo) professionali di Wild Beasts, The Drums (Pierce com’è che non balli più?) e Neon Indian (ecco sì Palomo ora balla anche troppo e ha pure imparato il passo primi 90s à la Kindness).
Vice è il palco più piccolo del festival. Qui c’è stato però il culto assoluto per formazioni assolutamente eterogenee: Hype Williams ottimi e applausi per il mix di hauntolgy e hip hop reso live (su disco sapevamo che spaccavano); Napalm Death impareggiabili sulla pietra angolare grindcore Scum in chiusura di set; Dominant Legs buonissimi nel loro pop-folk-indie (del resto ci avevamo scommesso); il noise assordante ma efficace dei Japandroid. E Mayhem, ok, caricaturali e – naturalmente – i più fotografati.
Quindi Mini: il palco più grande, lontanissimo. Durante il festival si sono centellinate le presenze qui. Questione di economia fisica, oltre che logistica. I Friends a base di funky da sottoscala di Brooklyn lo hanno cavalcato più che bene, anche se il premio è andato senz’altro agli XX: sound potente, pathos e suoni maturati per Jamie XX ne hanno fatto uno degli eventi della manifestazione, aumentando nel contempo l’attesa per il grande ritorno in studio previsto a settembre. Ottimi ed emozionanti anche i Girls, maturati anche loro e in formazione allargata. Medi, con i giusti colpi d’ala, gli M83. Ma che è successo ai Beach House? La band che gli anni scorsi aveva rappresentato una garanzia in termini di pelle d’oca è apparsa fredda, distante, confermando così i sospetti su un album, Bloom, troppo pericolosamente simile al precedente e quindi senza reali urgenze dal vivo. Spiritualized e St Etienne (al San Miguel) non era molto che mancavano dai palchi del Primavera: conferma di qualità e piedi per terra made in England per entrambi i set. Il mito degli LFO rivive e chiude il sabato con una bleep techno cattivissima e poca gente sparpagliata ad assistere. I video – astrazioni, poligoni ultracolorati e ultra veloci – in pieno stile 90s sono stati fenomenali.
E così veniamo a quello che è da sempre il palco più importante del festival, il San Miguel. Orfano di Björk come dicevamo e con una performance dei Cure non imperdibile, questo stage si è rivelato senz’altro il meno interessante dell’intera rassegna. Da una parte set non troppo attesi (dal sottoscritto) come quelli di Franz Ferdinand e Kings Of Convenience, dall’altra i Wilco da timbro cartellino. Skippabile, infine, il riff-o-rama elettrock dei Justice (allestimento marshall che fa effetto ma autoreferenzialità garantita in quanto a sound) e dunque premio per Rufus Wainwright con band, ai Rapture che dal vivo si sono dimostrati potenti e coinvolgenti e Other Lives, altro live che come quello di Rufus ha sofferto un poco della luce della prima serata.
37.000 (giovedì), 42.000 (venerdì) e 38.000 (sabato) i numeri di un’edizione fortunatamente ridimensionata rispetto allo scorso anno, nel complesso un’edizione non imprescindibile, senz’altro un’esperienza importante anche quest’anno. Menzioni speciali anche per i due show italiani della rassegna, entrambi allestiti nel palco adidas originals stage e entrambi prodotti da Trovarobato: King Of The Opera ovvero Alberto Mariotti post-Samuel Katarro alla chitarra (proteica) e Francesco Elia al violino (loopato) e Boxeur The Coeur alias di Paolo Iocca, intelligente miscelatore di krautismi e wave elettroniche.
(photo gallery completa dell’evento a questo indirizzo)
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