Recensioni

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A chi poteva venire in testa di rifare la colonna sonora dell’originale Willy Wonka per intero? Ai Ween? Ai They Might Be Giants? A Sufjan Stevens? A Beck? Ai Residents? Forse, ma l’ha fatto Les Claypool. Quando il film uscì nelle sale, nel 1971, Les aveva 8 anni e ne rimase folgorato. E ossessionato. Dalla storia, dai personaggi, dalle immagini, quel mondo di colori, zuccheri, cioccolati, sciroppi, glasse, praline, farciture, gommosità e creme, fantasticamente grottesco, dolce sì, ma acidissimo, e a tratti anche amarissimo, mostruoso.

Se il film con Gene Wilder è diventato subito un classico della cultura pop americana, e i brani più celebri della sua colonna sonora – Oompa Loompa a parte, Pure Imagination e The Candy Man Can – sono stati oggetto di decine di rifacimenti, parodie, citazioni da Sammy Davis Jr., a Jamie Cullum, ai Muppet, ai Simpson, a Mariah Carey, a Glee, gli stessi Primus non sono nuovi a operazioni del genere. Se ne trovano esempi significativi negli EP della band (Miscellaneous Debris e Rhinoplasty) e nei live della jam band Frog Brigade, sempre guidata da Les (tra le altre cose, alla maniera dei Phish, hanno rifatto per intero Animals dei Pink Floyd).

Il progetto è stato lanciato in pompa magna con una splendida americanata la notte del New Year’s Eve 2013: un concerto-carnevale che festeggiava il ritorno dietro i tamburi dell’unico vero batterista dei Primus, Tim “Herb” Alexander, a suon di costumi, frizzi, lazzi e snack personalizzati (Mr. Krinkle Bars, Professor Nutbutter Bars, Bastard Bars): “l’industria discografica è andata a puttane, ma le barrette di cioccolato ancora non potete digitalizzarle” (e del resto i Primus sono gli unici ad avere/essere un genere musicale).

Qui siamo nel più puro less is more à la Primus: enormi bassi slappati e violoncellati, chitarre elegantemente sgraziate tra Marc Ribot e South Park, batterie arte povera tra i King Crimson new-wave e la chincaglieria circense di Tom Waits. Ci sono anche un vero violoncello, suonato da Sam Bass (e a tratti pare di sentire il Captain Beefeheart più post-rock o i Pere Ubu di Laughing), e una giocattolosa sbilenca marimba, suonata da Mike Dillon (sarebbe questo il Fungi Ensemble del titolo).

Per metà filastrocche – creepy – e per metà assalti hardcore – gli unisono di strumenti e voce – queste non sono cover, sono cover come dovrebbero essere le cover, ovvero interpretazioni, traduzioni di mondi diversi che parlano la stessa lingua, incontri a metà strada, fedeli agli originali e trasfiguranti (gli adepti del Club Bastardo troveranno tanti elementi sonori che raccontano della continuità concettuale del gruppo, epiche battute di pesca e critica all’american (way of) life incluse). Il tutto come suonato dentro una scatolina di metallo, immerso in un’atmosfera euforicamente claustrofobica che non può non ri-tirare in ballo loro, i Residents. Disco minore, divertissement, di altissima qualità.

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