• Ott
    27
    1982

Classic

Warner Music Group

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Quella recita (recita?) da nero rinnegato. Quei modi da bianco che giocava (giocava?) a saperne più dei neri. Il soul meticciato di wave affilata, il funky al neon, le asprezze rock. Una goduria. Una luccicante, insidiosa, lubrica goduria. Prince è stato per la black music uno straordinario additivo, in grado di indicare come pochi la via per erodere il diaframma tra musica nera, pop e rock, rendendolo permeabile senza però – è questo il bello – dissolverlo del tutto. Una missione encomiabile, quella del caro vecchio Roger Nelson, per espletare la quale ha dovuto en passant seminare pietre miliari come Dirty Mind (Warner, 1980), Purple Rain (Warner, 1984), Around The World In A Day (Warner, 1985) e Sign O’ The Times (Warner, 1987) Album che stanno lì, profetici e sensuali, come giavellotti infilati sul groppone traslucido degli eighties, perfetti figli di quei giorni eppure ancora vividi, frizzanti, testimoni affilati e tempestosi di ciò che è stato e perché e percome.

Ebbene, se nutrivo per quel poker di titoli un’ammirazione solidissima, per qualche motivo avevo sempre relegato 1999 tra le retrovie. Ragion per cui capirete la sorpresa anzi il rammarico allorché, rispolverandolo, l’ho trovato buono, anzi buonissimo, anzi eccellente. Da mordersi le mani a non averne compreso prima la potenza ed il potenziale. A sviarmi sarà stata la postura un po’ troppo accademica e accomodante di Little Red Corvette, quel suo rigido atteggiarsi rock-soul, quello slalom impettito tra riff plastificati, quegli assolo d’arredo, quel chorus reiterato fino alla consunzione.

Qualche responsabilità la assegnerei anche alla title track, proiettata su un chorus che mi sembra(va) un po’ troppo rigido e parruccone, per quanto l’allarme del testo (“Mommy, why does everybody have a bomb?“) si accucciasse come un’insidia nel ventre dolciastro della melodia e nel graffiante cinguettare delle chitarre. Quanto a Delirious, vabbè, mi suona(va) al più come un buon modo per disinnescare quanto di autenticamente vivace può ancora regalarci il caro vecchio rock’n’roll. D’altronde, c’è stato un tempo in cui vestigia troppo sintetiche mi procuravano impellenti orticarie (impedendomi di apprezzare tanto la quadratura funky delle suggestioni Herbie Hancock in D.M.S.R. – pezzo peraltro assente dalle edizioni in vinile e “riabilitato” grazie alla capienza del cd – quanto le folgoranti frenesie electro-soul di Something In The Water).

Cosa dire però della feroce modernità di una Let’s Pretend We’re Married, in cui brezze wave alimentano combustioni kraute sotto il pentolone di un rock languidamente aromatizzato soul? E cosa della impagabile asciuttezza ritmica di Lady Cab Driver, sorta di spogliarello al contrario in cui un funky rock essenziale indossa via via suadenti orpelli e sottigliezze (riccioli di synth, svisate di basso, strumming liquidi, afrori & umori…)? E dell’interminabile psicosi cibernetica su cui si snoda la generosa (quasi dieci minuti) Automatic, nel cui algido fluire si spalancano improvvise reverie etno, psych, wave e fusion?

Il punto è proprio questo: la basilare abilità di Prince sta nell’ ingannevole artificio sonico che gioca coi tuoi abiti mentali, ti attira in soggiorno e ti ci fa trovare il boudeoir, ti scaraventa dalla finestra e atterri in sella al tappeto volante, chiudi gli occhi e lecchi qualcosa che speri di conoscere (e soprattutto di non sbagliarti). Ma è pure la capacità di scrivere ballate in odor di perfezione, scampate d’un soffio all’autoindulgenza (Free, inchiodata ad un piano attraverso i crescenti marosi della voce e un digrignare insidioso di corde) o abbandonate nella stretta del puro e semplice incanto, come la conclusiva International Lover, blues screanzato tutto singhiozzi, gridolini strazia(n)ti ed estro in libera uscita, una cosuccia pescata nel fiume mistico in cui si tuffano di solito gli spiriti vivi dei Marvin Gaye, dei Little Richard e degli Stevie Wonder (un inchino per ciascuno, e uno sberleffo di nascosto).

Casomai, capita pure di restare senza fiato, tipo quando t’imbatti in quel gettare l’amo nel nero liquido del futuro pescandone gioielli electro-funk da un altro pianeta, ed è certo il caso di All Critics Love U In New York, dove barbagli d’alienazione prossima ventura digrignano tra tastiere e chitarre levigate fino al sangue, il basso appeso ad una flemma febbrile, la voce ad un tempo teatrale, sferzante, sorniona. E quindi, quindi, non resta che chiosare: un principe. Sissignori. Capace di degradarsi saltimbanco, estenuarsi puttana, reinventarsi infine un’identità ansiosa di redenzione. Oggi senz’altro meno individuabile e irresistibile, ma vivo oltre ogni grama profezia. E nella doverosa riverenza di chi raccoglie abilmente i frutti (aurei) di cotanta semina, nomi illustri come Outkast, N.E.R.D. o Cody ChesnuTT. Avere molti degnissimi epigoni è un altro grande merito, no?

1 Febbraio 2004
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