Recensioni

Gli ultimi affilati alla Paw Tracks sono questi Prince Rama, trio misto cresciuto in una comune Hare Krishna, formatosi in una scuola d’arte in quel di Boston e infine – dopo aver ricevuto “il sussurro di Prince Rama nei propri orecchi” – riciclatosi in band per le vie creative di New York, versante Animal Collective et similia.
Nulla nel terzo album dei bostoniani Taraka Larson (voce, chitarra, tastiere, synth, drum machine, percussioni), Nimai Larson (voce, batteria) e Michael Collins (voce, synth, drum machine, percussioni) – autodefinitisi a ragione now-age – va per il verso giusto: psycho-freakerie a più non posso si alternano a vociare irrequieto da mantra inacidito, tambureggiare insistito a ohm andati alla deriva, manipolazioni digitali ad ancestrale musica corale. Non mancano nemmeno i campanellini mentre registrazioni e produzione – opera di Avey Tare, Josh Deakin e Rusty Santos – hanno avuto luogo tra vecchie chiese sconsacrate e la casa del nipote di Kurt Vonnegut (!!!).
Insomma, nulla che si discosti dalla moderna fascinazione per i rituali orientali fatti di raga e free-folk, mix di tecno-modernerie e ataviche tradizioni ma con un apprezzabile sguardo strabico: un occhio strizza ai krauti più frikkettoni mentre l’altro ripassa le coordinate dell’America più weird. E il terzo? Beh, il terzo è socchiuso in meditazione, no?
A far la differenza rispetto al canone di genere c’è che i tre, tra canti collettivi, invocazioni in sanscrito e adattamenti da canti indiani, sembrano crederci davvero e il tutto non suona come la solita pagliacciata ad uso e consumo degli hypers di mezzo mondo. Staremo a vedere.
Amazon
