• lug
    01
    2012

Album

4AD

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I Purity Ring sono un duo di Halifax/Montréal formato da Megan James e Corin Roddick, ex-membro della band electro-pop Gobble Gobble (ora Born Gold). La loro ascesa viene tutta dalla blogosfera e ha inizio nel Gennaio 2011, quando il blog-collettivo Altered Zone riporta la prima traccia self-released, Ungirthed. Ne seguono altre due, Lofticries e Belispeak, riconoscimenti (Best New Track) ed uno spot (Top 50 Songs of the Year) su Pitchfork.

Pitchfork s’esalta e non a caso: i Purity Ring sono i nuovi portavoce della sintesi major indie pompata dal planetario portale, un’estetica che traccia linee e ponti tra il mainstream USA e l’ormai sdoganatissimo alternative da Sleigh Bells a Grimes. Parliamo di patina post-80s, glo/synthwave unita a boombastica hip-hop e R&B, non più citazionismo di prima mano bensì di sonorità plasmate sotto un’estetica che inizia a delinearsi come generazionale.

Il patrocinio fighetto 4AD, label sempre più attenta alle nuove leve della coerenza goth-synth british sul mercato internazionale, mette l’ultimo sigillo. Le tracce disponibili su Soundcloud vengono rimosse per tornare ora opportunamente remissate nel debutto Shrines.

Cura del dettaglio e coerenza. I Purity Ring impastano elementi usati diffusamente negli ultimi anni (MPC balbettanti, chopped beats, synth dreamy, indizi di witch e wobble dubstep, le pitched-down post-Burial vocals riprese di recente da producer hip-hop quali Clams Casino) e li mettono al servizio di scontri tra correnti calde e fredde, fiabe e macchine, euforia trap-rap e surrealismi pop.

Megan James, mutevole fra pose da childlike spettrale ed impennate stordenti, è il gioco a contrasto tra innocenza e sensualità che riecheggia nel moniker, il centro gravitazionale in full-display delle canzoni. Corin Roddick è la fusione tra dna hip-hop e synth britannico.

L’immaginario, pur richiamando paragoni facili con quello dei Knife (giustificati anche da similitudini di formazione e teatralità dei live), va in realtà oltre. Di fatto, se gli svedesi fermano il proprio al livello ultraterreno, i Purity Ring scendono nel più vicino grottesco (costole che diventano corona per un affetto non corrisposto in Fineshrine, fori praticati attraverso gli occhi in Belispeak, la pelle strappata dalle caviglie in Obedear), in una maniera viscerare di raccontare l’implicito lato creepy dell’essere umano.

Lussureggiante nella produzione, sofisticato eppure accessibile, Shrines è uno dei più potenti manifesti di pop futurista degli ultimi tempi. È un esordio, ed il passaggio debole Grandloves (col campionamento di You With Air dei Young Magic)/Cartographist lo evidenzia, ma il culto è totale.

27 giugno 2012
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