Recensioni

Avvertenza: quanto segue è complicato. È un insieme di citazioni, fastidioso e non lineare. Più o meno pertinenti. Come il film. E non vale dire che Tarantino può perché è Tarantino o perché l’ha sempre fatto. Ha ancora senso parlare di storia degli autori oggi? A questo punto tanto vale fare un’apologia del nazismo, del reality show, delle infradito. Insomma sto giocando con voi. Vi offro una seconda frustrante occasione. La morale potrebbe essere: non augurerei nemmeno al mio peggior nemico di essere un cinefilo.

L’armata Brancaleone veste i panni borghesi e va a caccia di nazisti. Quentin Tarantino, il genio masturbatorio per eccellenza, immortala l’ultima grande Sturmtruppen e riscrive il corso della storia in quello che nell’ottica postmoderna è comunque un esercizio calligrafico, il citazionismo. Bastardi senza gloria lo fa dal titolo, sulla scia della pellicola di Enzo G. Castellari, Quel maledetto treno blindato (1977), foderato stelle e strisce come The Inglorious Basterds. Il recentemente riesumato maccheroni combat si respirava già in una famosa scazzottata de Le Iene (1992) e in alcune esternazioni di Grindhouse (2007); ora si degusta a masticazione concitata di elementi che vanno dalla figura del tedesco disertore passepartout all’immancabile immaginario dinamitardo made in Robert Aldrich di Quella sporca dozzina (1967). Aldo Raine (Brad Pitt) e compagni non sono più sporchi, forse nemmeno più cattivi. Sono più ebrei, ma anche questo è solo a discrezione dell’anagrafe. La logica di gruppo supera quella manichea di divisione tra buoni e cattivi, perché nell’universo tarantiniano non può esistere nessuna limitazione al sangue. Con l’amichetto di merende Eli Roth nei paraggi, l’overdose compiaciuta da emoglobina è quasi scontata.

I bastardi sono più esperti nei genocidi nonsense, dove il sangue è facile: fanno del macinato grosso, insomma. In questo sono molto simili ai nazisti o al Mucchio di Sam Peckinpah del ’69. Esistono soltanto come entità collettiva, l’iniziativa del singolo è pericolosa, benché limitata ad un innocuo gesto con la mano. Premesse da botte epiche e aspettative degne dell’ingresso in scena di Vin Diesel in Compagnie pericolose di Brian Koppelman (2001), ma l’azione atomizzata risulta poco spettacolare. Persino la mazza del sanguinolento urside sionista interpretato da Roth delude e non concede un bel primo piano sui crani spappolati come angurie. Prima del Vietnam i Rambo antesignani con il veterano per eccellenza condividevano solo un coltellaccio da macello, residuo di quel western continuamente evocato nelle inquadrature (il campo lungo iniziale è trasportato di peso da John Ford e Sergio Leone), con le musiche di Ennio Morricone, con l’immaginario di scalpi e nomi (Apache è il soprannome di Aldo Raine). Tarantino gioca con la storia. Perché il cinema inventa e può giocare con il sangue compiacendosi della sindrome di Lady Macbeth che attanaglia una giovane protagonista, Melanie Laurent, in un eterno carnevale cinematografico a cavallo tra Charlie Chaplin e Marlene Dietrich. Così può permettersi uno sconto sulla durata – la fine del conflitto è datata 1944 -, ma non sulle quantità di sangue versato visto lo sfogo finale alla Scarface. Ma soprattutto può dove solo Topolino era riuscito. Anzi, meglio dato l’epilogo del Kosher Porno all’amatriciana.

Tarantino si muove sul confine, anzi sui confini. Quello della linea di frontiera del far west degli anni ’40, trincee e future cortine di ferro dalla parte degli indiani liberal; quello razziale e linguistico raffigurando una Babele in cui l’unico poliglotta è il colonnello nazista Hans Landa ( un istrionico Christoph Waltz), cugino teutonico e reazionario di Sherlock Holmes. Quello degli spazi, con una camera che segue in movimento gli attori attraversando una parete come solo il miglior Alfred Hitchcock potrebbe fare. Infine quello del verosimile, unica sfera semantica possibile e primo ammiccamento. «C’era un volta» recita un cartello. Come il West di Leone (1968) o come il Dio nel Far West a base di spaghetti di Martino Girolami (1968). Il cinema può inventare la storia e del resto il luogo dove è riproposta la storia (con il film nel film, girato da Eli Roth) e il luogo dove si fa la storia (il luogo dove si consuma il massacro) è il cinema. Il trionfo dell’immagine in movimento sulla parola? Non scordiamoci che siamo in un film di Tarantino, i dialoghi ci devono seviziare almeno quel tanto che basta. Ma al dualismo vita/letteratura proprio del film retrospettivo sulla guerra, che concedeva sempre un malinconico letterata costretto alle armi, è sostituito dal rapporto monco tra cinema e storia che al massimo può dare un cinefilo, ego in scena del regista stesso. Anche se, a dirla tutta, lo spirito goliarda e truculento del videotecaro del Tennesse si nasconde anche nelle risate isteriche di un Hitler cerebroleso alla vista di una video carneficina.

Tarantino più o meno consapevolmente consegna ai posteri l’ennesimo capitolo delle nuove Histoire(s) du Cinéma godardiane: monadi impazzite che alla matrix si replicano seguedo alternative, ma che soprattutto vivono di impianti clonati da una matrice originaria. Ovviamente lo scontro è quello tra la cultura classica da manuale di cinema – con i suoi favoriti Fassbinder, Lubitsch, Coppola/Brando (nella mascella serrata al cotone della versione siciliana di Pitt), Ford, Hawks, Pabst – e quella popolare di B-movie e porno. Un nome solo per molti presenti: Aristide Massaccesi, per i più ottusi Joe d’Amato. La declinazione al plurale sta nei livelli di lettura che tutti i film di Tarantino hanno, nella diramazione che il corso della storia prende, ma soprattutto nella riproposizione di un’immagine cristallo uguale e identica a se stessa impiantata dal regista come un cerotto nel luogo della frattura. Un breve scambio di battute tra una sentinella ed il sentimentale Goebbels che viene copiato e incollato dal regista proprio dove la storia cambia il suo corso. I personaggi non sono altro che figurine, che siano nazisti, ebrei o inglesi. Dialoghi ovviamente trasbordanti, ma con la profondità psicologica di una scimmia che gioca con una ruota. Abbiamo il soldatino di piombo re di ogni zerbino, la Lady Vendetta che gioca a fare la borchiata, il boscaiolo crucco. Del resto le loro identità stanno appunto su carte da gioco. Piatte, scambiabili. Come quelle che utilizzano su un tavolo di trattative in cui il doppio gioco fa da minore comune denominatore. Il Vogliamo vivere (1942) di Ernst Lubitsch ancora gestito da una compagnia di buffoni e attori dà un bel calcio nel sedere al Tom Cruise di Operazione Valchiria (Brian Singer, 2008). Moralmente si intende, perché addirittura gli attentati orditi qui sono tre e vanno tutti in porto. Ovviamente l’unico a sapere della concomitanza delle iniziative bombarole è il regista che si diverte a mo’ di Alfred Hitchcock inquadrando i candelotti inerti disseminati in sala.

Non il film migliore del Quentin, nonostante l’ultimo sguardo in camera. Tuttavia il pastis lo si mastica volentieri. Macinato: qualcosa rimane sempre tra i denti e si va con le mani per levarlo o con qualche stuzzicadente per fare leva. E lì ovviamente un po’ di sangue ci sta.

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