Film

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Volevo realizzare una sorta di spaghetti western ambientato nel profondo sud degli Stati Uniti pre-Guerra Civile, che trattasse della schiavitù, passato orribile del nostro paese, trasfigurato attraverso il film di genere e non come una grande produzione. Trattare adeguatamente del passato di cui l’America si vergogna e di cui non parla volentieri; stavo scrivendo un libro su Sergio Corbucci quando ho realizzato come raccontare la storia…”. Così Quentin Tarantino in un’intervista risalente al 2007 introduce Django Unchained.

Come per il lavoro precedente, Inglorious Basterds in cui il film di genere (in questo caso l’omaggio nel titolo ad un film di Enzo G. Castellari e il film di ‘guerra’) serve al regista americano per portare avanti un progetto, in Django Unchained il linguaggio western è in fondo un pretesto e un omaggio sia a una parte del cinema che gli piace (gli spaghetti western italiani e il cinema di Sergio Leone), sia al suo cinema tutto, per narrare in piena libertà una storia durissima e crudele di razzismo e schiavismo.

Siamo nel 1858 e Django, Jamie Foxx (il titolo è ripreso dall’omonimo film di Sergio Corbucci del 1966, con Franco Nero, presente qui in un cameo) è uno schiavo nero che viene acquistato e poi liberato dal dottor King Schultz (Christoph Waltz), un ex dentista ora cacciatore di taglie di origine tedesca, che ha bisogno di lui per riconoscere dei fuorilegge, i fratelli Brittle, che sta cercando. A sua volta Django è alla ricerca della propria moglie, Broomhilda (Kerry Washington), da cui è stato separato alla piantagione in cui lavorava in precedenza. Ne segue un’amicizia tra i due e così il dottore gli propone di fare insieme squadra per l’inverno e di aiutarlo a trovare la moglie dalla primavera. Schultz scopre poi che Broomhilda è stata venduta a un ricco latifondista del Mississippi, Calvin Candie (Leonardo DiCaprio) e i due escogitano un piano per liberarla.

Il cinema citazionista e scoppiettante di Tarantino mette in scena un film che partendo dal grottesco, si veda la scena iniziale e in generale il personaggio di Schultz, procede poi su canoni narrativi che svelano tutto l’orrore e l’assurdità della condizione schiavistica del Nordamerica, in un riscatto finale, che non raccontiamo, che porta un senso di liberazione assoluta nell’oppressiva, latifondistica e meramente razzista società del tempo. E non solo del tempo.

Dialoghi, musiche, sceneggiatura, riprese sono una festa per occhi e orecchie; non si contano infatti i numerosi riferimenti al western italiano, al cinema classico e al regista stesso, presente al solito con un cameo, in un gioco sottile in cui però si va al di là del mero citazionismo; quel che preme a Tarantino è in fondo e soprattutto, qui come in altro suo cinema, di sviluppare completamente e coerentemente il suo plot narrativo, aiutato da un cast notevole, in cui citiamo anche l’ottimo Samuel L. Jackson nel ruolo di un capo schiavo anziano e malefico. La composita colonna sonora prevede anche pezzi scritti apposta per il film, come la morriconiana Ancora qui cantata da Elisa,  oltre a diversi brani tratti da altri score (Morricone, Luis Bacalov, Riz Ortolani, Franco Micalizzi…), come Django, Città violenta, Lo chiamavano King, I lupi attaccano in branco, I giorni dell’ira, Gli avvoltoi hanno fame, Lo chiamavano Trinità, I crudeli.

Un film quindi che tiene bene testa all’ottimo Inglorious Basterds, del quale è ideale continuazione; si parla già di una terza opera in cantiere, Killer Crow, che dovrebbe completare il trittico di rivisitazione di vari periodi della storia moderna.

16 Marzo 2013
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