Recensioni

«And when it’s gone it’s gone, for you like all of us» canta la voce limpida di Walter Schreifels, col solito disincanto, il suo piglio rabbioso, naïf, tardoadolescenziale, in Illuminant, il brano che apre Interiors, terzo album dei Quicksand giunto a distanza di ventidue lunghi anni di silenzio discografico. E l’ultima prova sulla lunga distanza, lo diciamo subito, è proprio illuminante a tutti gli effetti.
Ma riavvolgiamo il nastro: è il 1990, siamo a New York, da quelle parti il post hardcore è una bolla pronta ad esplodere con furia dinamitarda – oppure, se l’ha già fatto in un batter di ciglia, noi eravamo girati da un’altra parte, volti verso l’immenso ed isolato Pacific Northwest dove qualcosa d’interessante si stava muovendo. Ma questa non è la storia che c’interessa, adesso: i vasti blocchi di cemento della Grande Mela sono infatti campi di battaglia per band che hanno colto il retaggio pesante della prima generazione di hardcore punk (diciamo tutta quella carboneria che girava attorno al marchio SST, oltre alla crescente scena di Washington) e sta codificando e mescolando quel linguaggio e quei suoni con qualcosa di ancor più urbano, schietto, imbastardito e sporcato dai germi del melting pot di cui una città come NY è un autentico focolaio. Un giovane Walter Schreifels si muove, guardingo, nei sobborghi di quella fauna sonora: è poco più che ventenne, Walter, ma ha già dalla sua l’esperienza di un veterano data dalla militanza in uno dei gruppi più rappresentativi (se non IL gruppo) della scena hardcore newyorchese, i Gorilla Biscuits. Ha lo stomaco e le mani impegnate a trasmutare in riff spasmodici e velocissimi il codice etico del punk, ma la testa vaga, tra il funk, la psichedelia, il metal, il sound progressivo e i pantoni multicolore di band quali Living Colour e NomeansNo. Conosce altra gente del circuito, e in una manciata di mesi fonda i Quicksand, che esordiscono l’anno stesso con un EP omonimo, per poi dare alle stampe altri due LP nel giro di un biennio, Split (1993) e Manic Compression (1995), con cui da subito assurgono a band pivotale del crescente movimento post-hc americano. Poi gli screzi, le incomprensioni, il fumo di una candela che ha bruciato troppo in fretta, da tutti e due i lati: una reunion fallimentare, al volgere del millennio successivo, Schreifels fonda i Rival Schools, tornando nel frattempo in pianta stabile nei Biscuits. Vega, il bassista, lo ritroveremo più avanti in una band fondamentale, ma che deve molto alla lezione di Quicksand e coevi: i Deftones. Poi, dopo anni di smentite e rinunce, esce fuori che da quella semi-reunion mandata al macero, qualcosa si è salvato: al solito, materiale di recupero e scarti di jam sessions “redatte” in quel periodo dai quattro, ormai in decomposizione clinica. Eppur si muove, incita Alan Cage, altro compositore e chitarrista, in qualche intervista e dichiarazione fugace di ben pochi mesi fa; a luglio Schreifels smentisce, fa lo gnorri, come si suol dire, ma si capisce ormai che qualcosa, prima o poi, salterà fuori.
E infatti, solo un mese dopo, esce il singolo (il sopracitato Illuminant) che anticipa la fatidica terza prova, giunta però non più in un processo di maturazione consequenziale e propedeutico nel percorso di una band prossima alla ribalta, ma quasi come un lascito, un coup de theatre giunto, come alcuni millantano e vociferano alla vigilia dell’uscita, fuori tempo massimo. Eppure, pur essendo i brani che compongono Interiors ormai piuttosto datati, pur essendo la clessidra ormai capovolta, pare che il tempo non si sia mai fermato per i quattro ragazzi newyorchesi: l’album splende di una lucentezza quasi commovente, è limpido e comodamente adagiato su suoni pieni, su uno spessore e un volume di chi ha ormai lustri di mestiere sulle proprie spalle – e il pregio di saper assorbire quest’atmosfera rarefatta e sospesa è anche senza dubbio del produttore Will Yip (Lauryn Hill, Title Fight e Keane nella sua clientela). Lo scoppio iniziale si consuma su strutture progressive, e il solito sound compìto ed essenziale pare trovare varie sfaccettature; poi da lì l’album scorre come un flusso, in cui i quattro non si negano incursioni melodiche in steppe acide (Cosmonauts, la title-track), crescendo ed aperture quasi post rock (Fire this Time), alternati ai consueti strappi e nevrosi hardcore che, inevitabilmente, sono tracce fondamentali del loro DNA. In Sick Mind, che anticipa le cadenze emo di Normal Love nella coda dell’album, si avverte la solita, sinistra vibrazione che serpeggia nelle trame fitte del dubbio, il suono di qualcosa di molto grosso che sta per esplodere, ma che non lo fa mai, non raggiunge mai il climax: il brano è esplicito in questo, è la summa di tutta l’opera e, da quel punto di vista, i Quicksand sono maestri assoluti nel build up, nel costruire grattacieli di pura tensione emotiva.
Interiors è un po’ come la sua copertina, uno specchio che sembra una finestra: i Quicksand ci hanno guardato dentro/attraverso, come in una fiaba carrolliana e, scorgendo un nuovo orizzonte, hanno ritrovato anche loro stessi.
Amazon
