• Ott
    01
    2004

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Warner Music Group

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Se ve lo stavate ancora chiedendo, sì, Around the Sun dei R.E.M. è un disco dichiaratamente politico. Un disco che, come ampiamente anticipato a mezzo stampa durante i mesi di lavorazione, vuole anzitutto sensibilizzare le coscienze degli americani in vista delle elezioni del prossimo 2 novembre; proprio come Fahrenheit 9/11 di Michael Moore o l’intera operazione Vote for Change, il tour di superstar della musica a stelle e strisce guidato da Bruce Springsteen al quale, ovviamente, Stipe e soci hanno aderito (il video dell’apripista Leaving New York non lascia perplessità sul messaggio sottinteso: Change).
Non è certo il caso, almeno in questa sede, di entrare in territori tanto spinosi, o discutere sul valore, l’efficacia, l’opportunità stessa di tali manifestazioni da parte del mondo dello spettacolo.

Comunque sia, la chiara e netta presa di posizione dei R.E.M. intorno alle problematiche attuali del loro paese non va letta come un’opportunistica mossa dell’ultima ora: l’impegno politico è presente nella loro musica sin da lavori come Lifes Rich Pageant, Document e Green, tutti risalenti alla controversa era reaganiana (come dimenticare, per esempio, una Exuming McCarthy?); era quindi inevitabile che gli avvenimenti degli ultimi tre anni influenzassero, anche pesantemente, il nuovo lavoro del gruppo di Athens. E’ stato necessario evidenziare questo aspetto perché, senza una doverosa premessa, Around the sun può anche risultare un ascolto estenuante, se non addirittura sconfortante. La voluta omissione di brani di sicuro impatto in favore di ballate malinconiche – che, secondo le intenzioni della band, vogliono esprimere in pieno il mood post-tragedia imperante nell’America di George W. Bush – si traduce in una monocromia di fondo, in una piattezza che tende irrimediabilmente a scoraggiare l’ascoltatore. A questo punto sembra evidente che stavolta, più che in passato, il contenuto abbia condizionato la forma; ed è quindi in un certo senso naturale che, per rendere appieno l’oscurità dei nostri tempi, il modello su cui i R.E.M. hanno plasmato le nuove canzoni non sia tanto la radiosa maniera di Reveal – che tuttavia sopravvive nell’impianto strumentale, in un suono iperprodotto memore tanto del wall of sound spectoriano (Worst Joke Ever) che di inevitabili Beach Boys e Beatles (Wanderlust) – quanto le melodie tristi e l’elettronica vintage piuttosto di Up (rievocato un po’ in tutte le tracce, particolarmente in Electron Blue e High Speed Train).

Le sonorità che in passato hanno canonizzato il suono dei R.E.M. tornano solo a sprazzi, come in I Wanted to be wrong (a metà tra Green e Automatic for the people), Boy in the well, la dylaniana Make it all Ok e Aftermath (costruita sul fortunato ed abusato canovaccio di Fall on me); fa un po’ storia a sé The Outsiders, che vede l’ospite Q-tip (ex A tribe called quest) in un cameo hip hop che ha ben poco a che vedere con le precedenti incursioni in quel campo (il funky solare di Radio Song da Out of Time, col rapper Krs One come special guest). A conti fatti, niente di (particolarmente) nuovo sotto il sole, con la possibile aggravante per Stipe e soci di suonare monocordi, retorici, in altre parole vecchi. Tutto da buttare, allora? No, per fortuna. La sensazione finale dopo l’ascolto è che, nonostante tutto, il bersaglio sia stato colpito, anche se di striscio: una melodia semplice ma calzante (l’intreccio di parti vocali del singolo Leaving New York), una particolare frase che condensa tutto lo spirito del disco (“Hold on world cos you don’t know what’s coming“, dall’emozionante title track), certe modulazioni vocali (l’inedito soul di The Ascent of man), tutti piccoli elementi che subdolamente sedimentano nel subconscio e fanno crescere il disco ascolto dopo ascolto; e soprattutto una gemma come Final Straw, un country folk travestito di elettronica, a metà tra il flusso di coscienza dylaniano e le visioni acide di Tim Buckley, con uno Stipe appassionatissimo (“As I raise my head to broadcast my objections/As your latest triumph draw the final straw/Who died and lifted you up to perfection/And what silenced me is written into law”.. il destinatario di queste parole si può individuare facilmente). Basterebbe solo questo per dimostrare che, quando impugnano le armi a loro più congeniali senza impantanarsi nelle paludi della retorica, i R.E.M. sanno ancora colpire dritti al cuore ed emozionare. Che è esattamente quello che ci si aspetta da musicisti sinceri come loro.

1 Ottobre 2004
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