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7.5

Soffro, come presumo molti di voi, di una particolare sindrome che mi spinge ad ascoltare un disco dei R.E.M. a intervalli regolari e piuttosto ravvicinati. Deve essere perché nel non esserci più della band di Athens trovo che ci sia qualcosa di poco convincente, di non pacificato, di non compiuto. Così mi sottopongo a questa sorta di rehab consolatorio, l’infusione di una dose di passato eternato nel presente così fragile ma così vivo del suono. Insomma, sapete di cosa parlo.

La mia però deve essere una variante particolare della sindrome R.E.M., perché si manifesta con sintomi – diciamo così – peculiari. Un sintomo, soprattutto: tra gli album che mi capitano più spesso tra le mani e finiscono nello stereo (o nell’autoradio), uno vince su tutti, ed è questo Live At The Olympia. Non proprio, ne converrete, il loro capolavoro. Ne sono ben consapevole, sia razionalmente che, diciamo così, emotivamente. Però trovo in questo doppio cd (e nel dvd) risposte a domande che sento di dover ricevere e fare. Il problema è che non mi è chiaro il senso di queste domande né delle risposte. Il bello è che proprio per questo non mi stanco di ascoltare e riascoltarlo. Vediamo di capirci qualcosa.

Nel 2007 i R.E.M. sono una band a fine corsa. Noi, da questa parte degli altoparlanti, un po’ lo intuivamo, un po’ facevamo finta di non crederlo e un po’ ce ne facevamo una ragione. In ogni caso, continuavamo a fare il tifo per loro e a volergli un gran bene, malgrado gli ultimi due dischi (il tutto sommato buono Reveal – anno 2001 – e il piuttosto sfocato Around The Sun del 2004) lasciassero intendere una china pericolosamente inclinata verso la palude della senescenza (un misto di tronfia ricercatezza, velleità sperimentali e fiato corto dell’ispirazione). A quel punto però Mills, Buck e Stipe decidono di giocare il jolly, che nel loro caso ha coordinate ben precise: Dublino, Irlanda, dove per motivi che non ho mai ritenuto il caso di approfondire esiste un vasto, sedimentato e particolarmente entusiasta zoccolo duro di fan. Un ambiente, insomma, a loro particolarmente favorevole, una sorta di nido al di là dell’oceano, a cui si aggiunge la natura non eccessivamente caotica della capitale irlandese.

Al teatro Olympia, dal 30 giugno al 5 luglio del 2007, i R.E.M. programmano cinque concerti, che però non sono dei concerti qualsiasi. Intanto, non c’è un album da spingere. Non ancora, almeno. Decidono così di suonare le nuove canzoni, ancora in lavorazione, assieme a quelle che da anni non fanno parte delle scalette. Canzoni abbandonate per strada, pezzi celebri oppure quasi dimenticati, messi da parte perché consumati, logori, oppure accantonati perché dal vivo non sanno trovare la forma giusta. Per cinque serate, insomma, decidono di mettersi in gioco senza formule piacione, spingendo sull’acceleratore e picchiando duro, senza ricorrere alla ritualità innodica delle grandi hit buone a saldare col pubblico il do ut des che da sempre rappresenta la più canonica e automatica delle reti di protezione. E che ha reso così inutile, prevedibile, scontato il precedente album R.E.M. Live, uscito nel 2007 e registrato sempre a Dublino, autocelebrazione somma senza sorprese né slanci.

In questo Live At The Olympia invece i R.E.M. cercano la discontinuità, la frattura, la crepa da cui coheniamente penetri (di nuovo) la luce. “This is not a show”, ripete il buon Stipe tra una canzone e l’altra, volendo forse intendere che il tipico meccanismo del concerto, pur riprodotto, viene qui piegato a una diversa finalità, in un certo senso persino invertito: è la band che cerca il proprio riflesso di sé nel pubblico, un riflesso differito, strappato all’idea della band stessa sedimentata negli anni, quella che ha finito per sostituirsi a ciò che la band era in origine, al coagulo di motivi e motivazioni che ne determinò l’innesco.

Riuscendo così – loro che un tempo furono paladini del concetto (equivoco) di autenticità nel rock, salvo poi venire additati come traditori quando scelsero di firmare per una major – a riacciuffare una vibrante autenticità cercandola nel suo rovescio, ovvero nel cuore dello spettacolo, spingendo il meccanismo della finzione fino – appunto – a rovesciarlo. Quella a cui approdano è un’autenticità finalmente immediata e pura, perché ha dovuto e saputo attraversare i vari strati di impurità – di inautenticità – che separano l’espressione dalla forma, la vita dall’imitazione della vita, fino a fare coincidere la verità del reale con la verità del palcoscenico.

Certo, si potrebbe argomentare che quando sei i R.E.M., all’epoca ancora una delle rock band più importanti del globo, puoi permetterti di correre qualsiasi rischio. C’è sempre un paracadute pronto ad aprirsi per ogni passaggio sfocato e per uno sbaglio tout-court (come quando, in apertura del secondo cd, Stipe si dimentica il testo di Drive, beccandosi applausi e incoraggiamento). Anche per quanto riguarda le “perle rare” presenti in scaletta, parliamo pyr sempre di canzoni che godono di fama considerevole tra i fan, si tratti di una Letter Never Sent, di una Welcome to the Occupation o di una Kohoutek. Proprio così: a una band come i R.E.M. si concede credito, attenzione e persino entusiasmo anche se infarcisce la setlist di pezzi inediti (all’epoca) come Houston, Living Well Is the Best RevengeDisguised, che poi comparirà in Accelerate col titolo di Supernatural Superserious.

Ma proprio perché sono i R.E.M., potremmo dire – e dirlo a maggior ragione – che si tratta di una scelta particolarmente significativa, un annuncio forte e – è il caso di aggiungere – ben amplificato: ovvero che il rock ha bisogno di sganciarsi dal codificato, dal prevedibile, dal pianificato. Ne ha bisogno perché ha ancora senso concedersi alla scossa che ferisce, sporgersi sul vuoto di una canzone che sta cercando (o cercando di recuperare) la sua forma definitiva o attuale. Ne ha un bisogno vitale perché se c’è una cosa a cui il rock oggi non può permettersi di rinunciare, è tutto ciò – qualsiasi cosa – che si dimostri capace di fornirgli senso. Ci dicono anche, questi R.E.M., che il tempo è una variabile da tenere nella dovuta considerazione proprio per come cambia i contesti, le premesse e le situazioni: perché una Sitting Still o una Second Guessing dopo molti anni possono tornare a significare diversamente e potentemente proprio per come attorno a loro tutto è cambiato, a partire da chi (i R.E.M. stessi) a suo tempo si era stancato di suonarle, di sentirle proprie.

Col non piccolo aiuto del sodale Scott McCaughey (chitarre, armonica e tastiere) e del batterista Bill Rieflin, questa tarda versione dei R.E.M. riesce quindi a non sembrare tardiva, sciorinando trentanove pezzi che sferragliano, scricchiolano, scintillano e vacillano vivi, vegeti e persino minacciosi, facendo perno sul mistero che dovrebbe stare al centro di ogni fottuta canzone che meriti d’essere considerata tale. Detto di due inediti totali come la briosa Staring Down the Barrel of the Middle Distance e la più lirica On the Fly, e aggiunto che la qui presente versione di Circus Envy andrebbe presa come riferimento da chiunque intenda proporre un sound definibile come ipnotico & travolgente, vale la pena sottolineare come da un tale stato di grazia anche le non imprescindibili The Worst Joke Ever e Until the Day Is Done ti facciano credere di averle un po’ sottovalutate, tanto ne guadagnano in sostanza e intensità.

Uscito nell’ottobre del 2009, Live At The Olympia è il penultimo titolo pubblicato dai R.E.M. in attività, prima del canto del cigno Collapse Into Now del 2011. E’ lecito sospettare che la sua pubblicazione sia servita anche a onorare gli impegni con la Warner proprio in previsione della chiusura del bandone. Ma a me piace pensare – anzi, non posso fare a meno di pensare – che si tratti del loro ultimo e più potente messaggio. Ogni ascolto me lo conferma, e so che continuerà a farlo.

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