• Gen
    01
    1996

Classic

Warner Music Group

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Non scorderò quella sera al Palasport di Casalecchio. Per una serie di ragioni: perché era la prima volta che vedevo i R.E.M.; per la faccia sbigottita di Gaetano Curreri (sì, il leader degli Stadio) alla fine del concerto, la faccia di chi davanti al mare capisce che solcarlo non significa capirne il segreto; infine, perché la notizia dell’aneurisma che colse Berry tre giorni più tardi m’insinuò il sospetto d’aver assistito a qualcosa di irripetibile. Invece, per fortuna, Berry si riprese in fretta.

Tornò a suonare e lo fece fino al ’97, l’anno in cui abbandonò la band e l’attività. In tempo comunque per porre la firma su New Adventures In Hi-Fi, ultimo opus dei R.E.M. in formazione originale: non è l’unico motivo che rende speciale questo disco, alieno alla curva evolutiva del gruppo, come una parentesi aperta e subito richiusa, l’estemporanea di un eccesso di vita.

Fu registrato perlopiù durante i sound check di Seattle, Philadelphia, Boston, Phoenix, Detroit, Memphis, Atlanta, insomma dove li portava l’Aneurysm Tour (notare l’esorcistico umorismo). Al bisogno, andava bene anche il camerino, come nel caso della strumentale Zither, un miraggio desertico che fa pensare a dei Calexico nel torpore del risveglio. Volendo, potremmo considerare New Adventures una sorta di diario, dalla calligrafia impulsiva e imperfetta, i contorni rabberciati, la voce di Stipe costantemente sul punto di capitolare. Un cogliere l’estro al volo, senza preclusioni né riguardi, ancora caldo del suo habitat naturale. Forse per questo – perché non si aspettava dalla band più celebre e ricca una partita tanto scabra – il mondo rimase interdetto. Qualcuno parlò di crisi, altri – tra cui molti colleghi – la buttarono sull’etica professionale (!) gridando al peccato d’incompiutezza. Cazzate.

Innanzitutto, su quattordici tracce almeno cinque sono clamorose: il folk saltellante di New Test Leper, valzer che scivola su spuma di chitarra, singulti jingle-jangle e una perenne insidia elettrica; il conato Paisley coi distorsori a manetta di So Fast, So Numb; la trepida E-Bow The Letter, allucinazione di mellotron, moog e sitar elettrificati (!) cui Patti Smith nientemeno presta voce iconica e laconica; l’iniziale How The West Was Won And Where It Got Us, oppiaceo errebì tra intrecci di corde, synth, piano, cori western e bozouki; e infine Electrolite, perché questa tenerezza macchiata d’inquietudine, la fragranza sconcertante del violino e del banjo, la semplicità con cui le percussioni, la chitarra ed il piano trascinano quel boccio di melodia, tutto è viva carne R.E.M..

Il resto del programma regala trasporto e divertissement in egual misura, dal glam torrido di Departure e The Wake Up Bomb al romanticismo strizzacuore di Be Mine, dal cuore tra le rapide di Bittersweet Me al ring allarmante di Leave, dagli arzigogoli per fuzz & farfisa di una scriteriata Binky The Doormat fino alle torride fatamorgane di slide e hammond in Low Desert. Di ogni strumento, di ogni voce, la fibra naif e il fantasma distorto, la grana verace e l’eco gelida. Insomma, i R.E.M. sembrano consumare un rito di passaggio verso dove non potranno essere più gli stessi, sapendo bene tanto l’inevitabilità dei cambiamenti che i costi da pagare. Quindi ci regalano una confessione febbrile, mostrandoci la potenza conseguita dal loro fare rock assieme agli ultimi brandelli di – ingenua, rude, toccante – immediatezza. Per tutto ciò, amo irrimediabilmente questo disco. E lo odio.

1 Gennaio 2008
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album

R.E.M.

New Adventures In Hi-Fi

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