• Giu
    01
    2003

Album

Parlophone

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Con i Radiohead il rischio di sovraccaricare l’attività esegetica è praticamente una certezza, legittimata dalla qualità media dei prodotti, dalla coerente intensità che ne pervade ogni aspetto espressivo (musicale, iconografico, etico) e non ultimo da un ambiente che brilla per minimi comuni denominatori un po’ troppo minimi e formattati, sovrastare i quali non è certo impresa da titani. L’ascolto di questo Hail To The Thief (o per essere precisi i primi sette-otto) invece mi invoglia ad ammorbidire l’approccio, a volare basso e cogliere l’attimo in cui si manifesta, frontale e vivido, denso e frastagliato, come un punto di deflagrazione estemporaneo nel ring di quotidiani sovraccarichi emozionali.

Un evento (rock) tra i mille (e mille) non-eventi di cui son piene le nostre esistenze, che è poi né più né meno ciò che accade ogni volta che un disco centra il bersaglio. Checché siano ormai star conclamate, i Radiohead (a partire dal leader Thom Yorke) mantengono un inossidabile status da mosca bianca, sono quel piccolo mistero redditizio che la multinazionale di turno (la Emi) coccola come una benedizione incomprensibile. In fondo, l’importante è che all’uscita del sesto album (il settimo, se consideriamo l’ottimo live I Might Be Wrong) continuino a materializzarsi code di entusiasti e compositi avventori, e continui il plauso di una critica certo non unanime però piuttosto concorde nel decretarne l’eccezionalità.

A chi li segue dagli inizi (come il sottoscritto) basta voltarsi per misurare una teoria di suggestioni diverse, di sorprese e singulti, di scatti allibenti e implosioni sospese attorno ad un centro di gravità inafferrabile eppure nitidissimo, uno stesso senso di allarme che pervade l’acerbo Pablo Honey e si è andato via via definendo con The Bends, irrobustendo e strutturando le trame in Ok Computer fino alla trasfigurazione opalina di Kid A e Amnesiac. Una poetica dell’apocalissi preventiva che disco dopo disco, canzone dopo canzone acquisiva una cifra tanto implicita quanto inconfondibile, attraverso e malgrado l’accidentalità della forma e la qualità della sostanza.

Hail To The Thief si inserisce in questo solco con immediata solennità. Un disco chiaramente – quasi brutalmente – politico (a partire dal titolo, dedicato a George Bush il Piccolo, esplicitamente evocato nella serrata Where I End You Begin), figlio di sdegno, timore e amarezza. Quindici tracce solcate da un solo cupo presagio (la ricorrente perturbazione degli ululati gotici), fuse nella vertigine distante di una evidente spontaneità entro cui si definiscono misure essenziali (la stupenda I Will, ninna nanna folk rannicchiata, chitarra dolente, giustapposizioni vocali col cuore atterrito) e rinnovati fragori (il codice esplosivo di 2+2=5, la folkitudine impetuosa e cangiante di Go To Sleep, la lenta arrampicata di There There), di un brusio anarchico e altero che mangiucchia i margini e scortica l’essenza (della texture sintetica di The Gloaming, del dark-soul translucido di Scatterbrain), concedendosi il lusso di derive retrò (la blaxploitation narcotizzata di A Punchup At A Wedding, la black fumosa, venata di maligno afflato psych – stile Berlin – di We Suck Young Blood) proprio quando la commistione techno sembra irreversibile (le sincopi virulente di Myxomatosis, la danza “amnesiaca” di Backdrifts), quindi collassando a gomito nel ventre di una classicità tremebonda (l’evanescenza jazzy della meravigliosa Sail To The Moon).

Il tempo di fare bilanci e mettere in riga è domani. Oggi amo ascoltare questo disco con l’urgenza che reclama, con la sua abbacinante flagranza, la ricchezza funzionale degli arrangiamenti (mai un organo, un piano, un glockenspiel o una diavoleria sintetica di troppo), la capacità di sbalordire che in Sit Down Stand Up avvita e stempera pulsazioni seriali e percosse veraci in una coda ritmica devastante, mentre nella conclusiva A Wolf At The Door cuce organetti sixties, tromba, coretti gotici, synth, corde e una batteria in vena di valzer nell’invocazione disarmata, amara e parossistica di una furia arresa, che palpeggia il vuoto dei nostri giorni per diventare subito classico.

Pollice in alto, decisamente. Anche se la sensazione di antologia sonora programmatica (come dire: da Creep a Like Swimming Plates passando per Paranoid Android), alla ricerca forse del definitivo “Radiohead sound” – ancorché cangiante e multisfaccettato – getta sul tutto uno strisciante retrogusto di artificiosità, come di scelte estetiche vagamente forzose pur nella loro indubbia efficacia. Ma è davvero l’unico neo, se di neo si tratta. A conti fatti, un altro grande disco dei Radiohead.

1 Giugno 2003
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