• ott
    01
    2007

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Autoprodotto

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Il precedente Hail To The Thief ci aveva lasciati con la sensazione di una band all’apice anzi già un pochino oltre, sospesa nello splendido equilibrio che precede una fisiologica decadenza. Ma i Radiohead sono bravi – lo sono sempre stati – a spostare i confini, a scozzare carte che sembravano già giocate. E’ il caso del qui presente In Rainbows, il loro settimo album di inediti, e non (solo) per la famosa modalità di distribuzione online.

Al di là delle specifiche canzoni – la consueta calligrafia a base di temi levitanti, vibrazioni febbrili e allibite ascensioni, tutto sommato sulla linea di galleggiamento della loro produzione senza palesare particolare brillantezza di scrittura – è il suono il fattore decisivo. Mai come oggi i Radiohead sembrano in grado di dominarlo (un plauso doveroso al fidato produttore Nigel Godrich), risolvendo con matematico calore la difficile equazione tra controllo digitale e fragranza analogica, imbastendo trame preziose ed eteree da orchestra invisibile (arrangiamenti di Jonny Greenwood), una padronanza al cospetto della quale il turning point di Kid A viene consegnato irrimediabilmente al passato.

Un suono che si profila immancabilmente come “suonato”, si tratti dei beat convulsi di 15 Step o delle trepide volute d’archi in Faust Arp (con qualcosa di tardo beatlesiano), i muggiti di basso in All I Need (bradicardici ammiccamenti Depeche Mode) o le corde vocali di Thom Yorke. Il vocalist appare davvero ispirato, duttile come non mai: ora si presta allo stile antico (scatti invasati Lydon + enfasi pettoruta Bono), ora ad un croonerismo trepido, ora ad un talking agile e angoloso, anche se il massimo lo ottiene tra la vulnerabile immediatezza di Videotape ed il finale della peraltro prevedibile Jigsaw Falling Into Place, con quel suo modo di condurti nelle zone d’ombra, un delicato languore e la sensazione che stia per spingerti dentro.

Tutti gli elementi in gioco agiscono in un clima di essenzialità efficace, anche quando una Bodysnatchers fa deragliare un sabba(th) di watt con modalità mediane tra Electioneering e 2+2=5, o quando la palpitante Nude s’invola in una densa coltre orchestrale (come una languida sorellastra di How to Disappear Completely). Il bello sta nel seguire sistematicamente i dettami senza sembrare mai gelidi, anzi scaldandosi al fuocherello di un soul alimentato a struggimenti, irrequietezza e spasmi nervosi. Proprio per questa sintesi ostinata, profonda e sottile di “sintetico” e “naturale”, In Rainbows si propone come la perfetta colonna sonora di una generazione sempre più chiusa nella propria realtà-bozzolo, tanto più autosufficiente quanto più protetta dalla maglia degli interfaccia, in regressione solipsistica nel meraviglioso mondo dell’accessibilità senza limiti.

Il suono dei Radiohead è il suono stesso delle vite (ri)costruite in provetta e in proprio da ogni apprendista stregone purché fornito di connessione super-veloce, cellulare multi purpose e i-pod megamnemonico. Ma la vera grandezza dei cinque di Oxford sta nel riflettere questa fuga dalle strutture concrete del vivere sociale (chiamatele, se volete, istituzioni) rivelandone altresì – mentre ti cantano di pesci strani e puzzle che capitombolano, di corpi-trappola e orecchi che bruciano – la dolorosa inquietudine, il rammarico angoscioso, la nostalgia sconfinata. E’ questo il motivo per cui i Radiohead sono ancora i Radiohead (al contrario degli U2 che non sono più gli U2). Questione di coerenza artistica, di credere nella musica come qualcosa che vada oltre se stessa. Ha a che fare con il rimanere dentro gli struggimenti della post-adolescenza, dentro la cervelloticità e l’apocalisse. Yorke e compagni pensano ancora che la musica possa rappresentare una sorta di catarsi. Che la vibrazione possa salvarti per un attimo.

Un peccato di gioventù che potremmo scambiare per una delle tante plausibili definizioni di rock.

1 Ottobre 2007
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