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7.5

Erano attesi per il battesimo sulla lunga distanza, Joe Andrews e Tom Halstead, in arte Raime, dopo che la trilogia su Blackest Ever Black degli Ep – Raime Ep / If Anywhere was here we would know where we are / Hennail aveva preparato il terreno dando ampie indicazioni sul tipo di sonorità che i due volevano visitare. Più che musica, quella dei Raime è una scenografia, uno studio d’ambiente, una forma di soundtrack della notte metropolitana. Il risultato finale si traduce in un design profondamente noir: paranoico, inquieto, disturbato. I Raime abitano le ore della notte con la stessa sicurezza con cui i colletti bianchi si affollano intorno alle 8.00 del mattino. Arriva da qui l’evidenza proclamata con cui seguono una tradizione prettamente britannica. Da un lato il flirt, quasi istintivo, con la corrente dubstep, che viene trattata come indole di fondo, come materiale grezzo, privato dei suoi riflessi più carnali.

I due brutalizzano di fatto il sound Hyperdub con una lama minimalista che stacca letteralmente la sostanza delle cose dalle notti più lussuriose di Burial, Scuba e Kode9 lasciandone solo uno scheletro esanime. Dall’altro il tributo alla tradizione post-industrial e dark-ambient, di cui si pongono evidentemente come gli ultimi profeti. Lo scontro tra la ritmica algida, digitale, inumana che sa di dub androide e la saggezza dei sample concreti e metallici che si stendono come nebbia nelle strade, apre un varco sensibile con l’isolazionismo di metà ’90: Scorn soprattutto, ma anche Main, :Zoviet*France:*, Thomas Köner, Techno Animal e tutti i nomi catalogati nella seminale Ambient 4: Isolationism.

Nascono così i brani di Quarter Turns Over A Living Line, che asciugano se possibile una tavolozza di suoni, mostrata negli ep, già estremamente austera di suo. Ne è un esempio The Last Foundry, che riprende la This Foundry del Raime Ep,  riletta poi magistralmente da Regis, dove l’elettronica aveva ancora un taglio concreto e nell’ordine delle cose. Il confronto con quella contenuta nel disco di debutto, non potrebbe dare indicazioni più chiare su dove stanno andando a parare Andrews e Halstead. Il mimalismo maniacale della ritmica di Soil And Colts segna evidentemente un ulteriore stato del degrado costante verso cui tendono le composizioni dei Raime. Sempre più vuote, con gli echi sempre più profondi e i suoni sempre più distanti. La catastrofe sceneggiata in Exist In The Repeat Of Practice non nasconde per altro l’ossessiva disposizione dei suoni e dei campionamenti. C’è sempre una forma di eleganza molto inglese nel modo in cui i Raime mandano in rotazione e giocano con la circolarità, si veda la fragranza blues di Your Cast Will Tire che riprende il taglio urbano post-Neubauten degli Heaven And, o ancora la maestria con cui si mette mano al lato più “aereo”, con i campioni di archi e strumenti a corda di The Dimming Of Road And Rights che mandano in gloria il disco e chiudono malinconicamente sui i titoli di coda per quella che potrebbe essere la soundtrack ideale di La Fin absolue du monde.

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