• Ago
    04
    2017

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Nonesuch

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Nel mondo della musica odierna probabilmente non esiste un caso come quello di Randy Newman. Sottoponete la sua foto a chi non lo conosca e di quella faccia da gestore di drugstore e quel fisico “inadempiente” nessuno dirà che si può trattare di un compositore – di pop, rock e colonne sonore – tra i più grandi fra i viventi. Come si fa a stabilire che sia tra i più grandi? Semplice: quando la tua versione cartoon viene inserita tanto nei Simpson quanto in South Park, non v’è alcun dubbio che sei una star. Aggiungete poi due Oscar per le colonne sonore di Monsters & Co. e Toys 3 (su quindici nomination), decine di brani composti per altri interpreti, la scrittura per musical e teatro, la copiosa lista dei lavori da cantautore. Quello che si dice una carriera lunga e gloriosa. La gente che ha sentito la sua musica senza saperlo è tantissima. Eppure lo stesso Newman lamenta di avere un seguito di soli 40.000 fan. Ma non ci crede nemmeno lui. È una battuta che rientra nello stile del personaggio, nel lavoro che fa – inventare musica e parole – spesso al limite del sarcasmo. Della parodia. Dell’ironia sferzante. In questo senso, non è così distante dall’opera di Frank Zappa. Meno surreale e rockettaro, tutto qui. Newman, però, non è stato osteggiato dai conterranei benpensanti come il chitarrista di origini italiane, anzi ne è un vanto. Benché non siano poche le volte nelle quali è stato male interpretato, se non del tutto incompreso: come quando suscitò le ire dei piccoletti col best seller Short People (1977), o come quando invece Joe Cocker (nel 1986) re-incise You Can Leave Your Hat On (1972), trasformando il sogno di un guardone (forse impotente) in un hit per coloro che negli anni dell’edonismo sfrenato ci provavano come irresistibili tombeur de femmes.

Per Newman, Dark Matter è il primo disco di nuove canzoni in nove anni, pur contenendo qualcosa che non aveva trovato posto su altri dischi o era stato passato quasi sottobanco: per esempio Wandering Boy (bonus sul box di 4 LP intitolato The Randy Newman Songbook), o It’s A Jungle Out There, che fa da sigla alla esilarante serie TV del detective Monk. Nove anni nei quali la voglia di mettere alla berlina il rovescio di tante medaglie non è andata perduta. Newman ne ha per Putin («He can drive his giant tank across a Trans-Siberian plain / He can power a nuclear reactor with the left side of his brain», e ancora «When he takes his shirt off / Makes me wanna be a lady!»), ma ne avrebbe avuto anche per il pari grado a stelle e strisce, il “suo” presidente Donald Trump, per il quale ha scritto una canzone che recita così: «My dick’s bigger than your dick / It ain’t braggin’ if it’s true / My dick’s bigger than your dick / I can prove it too / There it is! There’s my dick / Isn’t that a wonderful sight? / Run to the village, to town, to the countryside / Tell the people what you’ve seen here tonight». Che ne dite, non è in “stile” tipicamente Frank Zappa? Purtroppo alla fine non è stata inserita nel disco. Dovremo aspettare la fine del mandato del presidente. Sarebbe stata un bell’incentivo per i nostri smidollati cantautori, la cui massima invettiva è del genere “povera patria” o giù di lì.

Ma il 73enne autore californiano non ha maggiore riverenza nell’affrontare argomenti più “alti”, come nell’iniziale The Great Debate, che su un impianto da musical, per oltre otto minuti mette al centro dello scoppiettante sfondo sonoro la questione della “materia oscura” che compone l’universo: un grande dibattito fatto di voci e tentativi di spiegazione di scienziati o religiosi zeloti che si infiammano sul cambio climatico, sull’evoluzione o sull’esistenza oltre questa vita. Ma poi, tra un lazzo e uno sberleffo, non riesce a sottrarsi a momenti di profonda empatia: lo fa per JFK, in conversazione col fratello Bobby (Brothers) al quale confessa un presunto amore per la cantante cubana Celia Cruz e la preoccupazione per la sua incolumità alla vigilia dell’invasione della Baia dei Porci; per il bluesman Sonny Boy Williamson (Sonny Boy), che immagina raccontargli dal Paradiso di avere scoperto che un giovane musicista gli ha rubato nome e musica per trarne fama e ricchezza; per un surfista “impantanato” per sempre nella sua sabbia (On The Beach); per un padre in depressione al ricordo di un figlio che ha disatteso le speranzose aspettative (Wandering Boy). Tutto visto attraverso ricchi arrangiamenti da vaudeville, così come – al contrario – lasciato alla parca intimità di un pianoforte sfiorato e una voce – dal timbro inconfondibile – sinceramente partecipe. Quanto lo sono, intimamente coinvolgenti, le belle confessioni di Lost Without You – sul delicato argomento della scomparsa di chi ami – e She Chose Me – anche questa scritta per una serie TV, la fallimentare Cop Rock del 1990 –, seppur amplificate da una soffusa orchestrazione.

Non so se sono davvero 40.000 i fan che seguono fedelmente Newman. Considerata l’originalità di musica e parole non ci sarebbe da meravigliarsi: tutto quello che registra ha la – sempre più rara – dote di sembrare un’azione compiuta solo per sé. Per intrattenere tutt’al più un’altra persona: chi sia lì ad ascoltare il disco a casa propria; insomma tu & lui. Poi se qualche brano raggiunge l’inaspettata notorietà, pazienza. Succede. Allo stesso modo, succede che un disco come Dark Matter, senza vera etichetta – rock, blues, rag, orchestrale, quello che vi pare, niente e tutto questo insieme senza un disegno preventivo –, senza collocazione precisa di tempo, e forse anche di spazio, esca a sorpresa e si guadagni in fretta un posto nella lista degli ascolti più originali dell’anno. Bello. Anche più bello, quando è merito di un vecchio leone ultrasettantenne.

9 Agosto 2017
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