Recensioni

Charles Mingus Quintet, Archie Shepp Group, Sun Ra Intergalactic Research Orchestra, Steve Lacy Quintet, Dizzy Gillespie Quartet, Art Blakey & The New Jazz Messengers, McCoy Tyner Sextet, Stan Getz Quintet, Pharoah Sanders Quartet, Dexter Gordon Quartet, Ornette Coleman Septet, Gil Evans Orchestra, Sonny Rollins: questi sono solo alcuni dei nomi passati per le 41 edizioni di Ravenna Jazz. Appuntamento fondamentale e imperdibile dal 1974 fino agli anni Ottanta, negli ultimi dieci anni il festival ravennate si è posizionato in una rassicurante e dignitosa riproposizione di navigate certezze, molto spesso italiane (tre nomi sopra a tutti, Paolo Fresu, Stefano Bollani, Enrico Rava).
L’edizione 2014 di Ravenna Jazz non fa eccezione, anche se nelle undici serate del festival sono emersi spunti intriganti, con alcuni di quelli che in teoria sarebbero dovuti essere appuntamenti classici per un pubblico “presenzialista” (soprattutto nelle serate al Teatro Alighieri, quest’ultimo storico feudo ravennate della classica e dell’opera) che si sono invece rivelati parentesi piuttosto destabilizzanti. Come ad esempio la coppia Stefano Bollani–Antonello Salis, maglietta sdrucita e jeans il primo e canottiera e scarpe da ginnastica il secondo (con tanto di bottiglia di vino rosso sul palco da sbevazzare alla bisogna), che davanti a un pubblico da appuntamento teatrale obbligato, mette su (il 10 maggio) una serata di musica (probabilmente) totalmente improvvisata. Il set è tutto un call & response tra i due pianisti, a giocare tra i tipici suoni percussivi di Salis, pianoforti preparati (sul momento) di cageiana memoria, musica contemporanea, pop-rock (nell’effluvio di note, ci è sembrato di riconoscere anche una The Long And Winding Road dei Beatles), jazz e quant’altro. Un salto nel vuoto senza rete di sicurezza che è stato in assoluto la cosa migliore del festival, almeno quanto le contaminazioni e il beatbox di un Napoleon Maddox che con i suoi IsWhat? insegna, nella nona serata di Ravenna Jazz, come l’hip hop possa andare a braccetto con sax e poliritmie. Fisico e arrembante, ritmico e potente nei testi, almeno quanto basale e impeccabile nei suoni.
Note di merito per Paolo Fresu, che oltre a nobilitare con la sua tromba l’appuntamento del 5 maggio in Piazza del Popolo a Ravenna con l’orchestra composta da studenti dalle scuole medie della città – evento, come era naturale attendersi, musicalmente non impeccabile, ma certo un bel modo per avvicinare i giovani al jazz e il jazz a una dimensione più popolare -, ripropone nell’ultima serata della manifestazione una rilettura del classico di Miles Davis (e Gil Evans), Sketches Of Spain. Quasi venti musicisti sul palco (la Parco della Musica Jazz Orchestra) compreso il gigante del pianoforte Uri Caine, per un concerto affascinante e quasi metafisico.
Due esempi di fusion, ognuno caratterizzato da un mood assai personale: la band di Trilok Gurtu – percussionista/batterista indiano collaboratore, tra gli altri, anche di Don Cherry – inaugura il festival chiamando sul palco Enrico Rava e sviscerando la tipica poliritmia terzomondista ed etnica con la consueta energia, “tra Miles Davis e Bollywood”. Rava fa, appunto, l’ospite, lasciando la scena a un Gurtu che si lancia in parentesi soliste spinte fino ai confini dell’ambient, in cui anche un secchio pieno d’acqua assume un significato sonoro ben preciso; la chitarra di Al Di Meola gioca invece con gli spartiti, componendo nella seconda serata del festival un set virtuoso gratificato, oltre che da pianoforte e batteria, anche dalla presenza del violoncello spigoloso e avanguardista di Tina Guo. I due intrecciano fraseggi e nervosismi assortiti, tra brani dei Beatles quasi irriconoscibili, gli ormai classici richiami spagnoleggianti della sei corde di Meola e certe svisate estreme sui manici dei rispettivi strumenti, per un live fatto di matematici contrappunti.
Il nostro personale premio della critica va a Raiz e alla chitarra classica di Fausto Mesolella degli Avion Travel: per un’idea generale di jazz che, secondo le note introduttive a Ravenna Jazz di Aldo Gianolio, dovrebbe rappresentare “la parte buona del processo mondiale di globalizzazione (quello culturale), purtroppo disatteso quando la globalizzazione trasforma tutto ciò che compone l’esistenza delle persone in pura merce di scambio”, la musica che i due presentano nella quarta serata – raccolta nell’ultimo, bellissimo, DagoRed – è meticciato all’ennesima potenza, in un puzzle di brani “compositi”. E così Maruzzella diventa Ma hu oseh la nella versione cantata in ebraico, ‘O Surdato ‘nnammurato passa in cinque minuti da Third Stone From The Sun di Jimi Hendrix a Give Me Love di George Harrison, Campagna di James Senese diventa in chiusura Rastaman di Bob Marley, Carmela si guadagna un I’m Your Man di Leonard Cohen. Tra i brani, c’è spazio anche per una versione rivisitata della Nun Te Scurdà dal catalogo degli Almamegretta, per un concerto in cui la voce di Raiz scortica un blues atavico e peninsulare e le corde di Mesolella rappresentano la connessione più stretta con il jazz denominatore comune del festival.
Tra gli eventi “minori” – perché destinati a location ridotte, come il club Mama’s e il Teatro Socjale di Piangipane – meritano una nota sia il set di Vincent Peirani e Ulf Wakenius (fisarmonica, chitarra e un titolo del concerto – Vagabondi – che non a caso fa il verso al Vagabond pubblicato dal chitarrista svedese nel 2012), sia quello con protagoniste le due le chitarre classiche di Luigi Tessarollo e Roberto Taufic (un live figlio di un jazz tropicalista attualizzato e raccolto nel disco Painting With Strings del 2012); meno convincenti e un tantino autoreferenziali Luca Aquino e Carmine Ioanna, con le loro pitture contemporanee fatte di tromba, filicorno e fisarmonica, e i CBS (il sax di Raffaele Casarano, il basso di Marco Bardoscia, la voce di Boris Savoldelli), impegnati in una rilettura jazz del classico dei Pink Floyd, The Dark Side Of The Moon che ci è parsa parca di idee davvero brillanti (del resto, il confronto col materiale originale non era facile).
Tutte le esibizioni in cartellone sono state comunque parti integranti di una manifestazione ben radicata nel tessuto cittadino e che rappresenta una bella fetta di cultura alta locale; un’apertura maggiore verso formule jazz meno consolidate, più “scomode” (in una parola, sperimentali) e magari fuori dai circuiti più convenzionali (pensiamo a produzioni di etichette come Improvvisatore Involontario o Rare Noise, ad esempio), è forse quel che manca a un evento che per ora pensa soprattutto a mantenere uno status meritatamente raggiunto.
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