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Il linguaggio del corpo diventa fondamentale nelle prove di quegli attori che non possono (e non vogliono) affidarsi all’espressività del viso, o al talento maturato con scuole di recitazione. Ex-atleta di football e wrestler, Dwayne Johnson si è gettato nel cinema con la stessa veemenza di un salto giù dal ring, spezzando ossa, gonfiando i pettorali, affrontando sfide impossibili per gli esseri umani; contro tutto e tutti vinceva sempre lui, eroe infallibile dallo spiccato umorismo, sia quando si appropriava del mito (ne Il Re Scorpione o Hercules), sia quando scendeva in strada fra i comuni mortali deridendo il crimine e i bad guys (Fast & Furious). Non c’è dubbio che la “Roccia” della WWE uno sforzo l’ha fatto per potersi definire attore, sebbene il genere cinematografico nel quale graviti riesca a offrire ben poche opportunità (recuperate però la serie HBO Ballers, dove Johnson è semplicemente incredibile), giocando spesso sul filo dell’autoironia e sulla de-costruzione del macho alla Schwarzenegger. Insomma, più fallibile di quanto sembri con quel fisico scolpito, più passionale dei suoi approcci violenti, di sicuro determinato a offrire un gesto che non si esaurisca nel cazzottone di turno, ma si accompagni a un sentimento vero, sentito.

Che quello di Skyscraper fosse un personaggio “diverso” dal solito, nella carriera di The Rock, ce lo suggeriva già la trama del film – un amputato salva la sua famiglia da un grattacielo preso d’assalto da attentatori – tuttavia se parliamo di linguaggio del corpo e di lavoro dell’attore (si, Dwayne Johnson è un attore!), qui c’è pane per i nostri denti e ragione di discussione: claudicante mentre simula i movimenti con una protesi alla gamba, insicuro, il protagonista Will Sawyer ha costretto il suo interprete a ridimensionare la gamma delle possibilità fisiche, a spingere su altri fattori. Innanzitutto sull’emotività, e questo è il più emotivo dei suoi personaggi (forse lo supera soltanto l’agente sportivo Spencer Strasmore di Ballers), che agisce nei territori del disastro in grande scala con le uniche armi disponibili; l’affetto per moglie e figli, il senso di responsabilità e la paura del veterano con un leggero stress post-traumatico, e la volontà di superare se stesso. Il cuore è il superpotere di Will, la disabilità il suo dono.

Non vi è alcun nemico dichiarato in Skyscraper, firmato dal regista di Come ti spaccio la famiglia e Una spia e mezzo, Rawson Marshall Thurber, né i presunti o tali villain del film riescono minimamente ad opporre resistenza, quando invece è il grattacielo del titolo – un monumentale edificio che vive di vita a sé – a rappresentare la spinta verso l’alto, il limite oltre cui si realizza l’impresa, il sogno magari di riuscire a toccare il cielo con un dito, dunque il vero “antagonista”. Come gli spettatori imbambolati ai piedi della torre in fiamme, guardiamo l’ascesa e poi il ritorno a terra di questo uomo che si fascia le mani con del nastro adesivo («perché il nastro adesivo aggiusta ogni cosa») per scalare l’impossibile, che non oscura affatto la figura femminile, anzi la lascia brillare per forza e coraggio, ordinario e gentile come solo Johnson sa essere. Dal collo in su, ovviamente.

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