Recensioni

Bisogna cambiare tutto per non cambiare niente. Non possiamo sapere se Martin Courtney abbia mai letto il Gattopardo, certo è che la celebre frase del capolavoro di Tomasi di Lampedusa si adatta perfettamente alla natura derivativa e circolare dei Real Estate, ed in particolar modo ad Atlas, terza prova con cui la band torna sulle scene dopo i tre anni passati da Days.
Al terzo album, nulla è cambiato dall’esordio eponimo: le canzoni avanzano placidamente lungo i binari di una summer indie/pop/rock ormai diventata marchio di fabbrica dei tre del New Jersey. Una formula largamente consolidata e qui riproposta senza cambiamenti o evoluzioni di sorta, con il sospetto lecito e pertinente – per chi ascolta e per chi scrive – che i Real Estate siano giunti al capolinea in quanto a idee e ispirazione, riproponendo ancora e ancora la stessa versione, solo leggermente diversa, del debutto. Un debutto che, grazie alla solita spinta di “mamma” Pitchfork, li aveva peraltro lanciati nell’iperuranio dell’hype, generando attenzione e curiosità da parte dei magazine di mezzo mondo, tra cui anche il nostro.
Dunque, tutto è rimasto uguale a prima, e per fortuna, verrebbe da aggiungere: i Real Estate continuano a fare quello che gli viene meglio, ovvero scrivere piccole perle di pop/folk semplice e minimale, placido e legato allo scorrere del tempo. Un tempo tutto personale e strettamente connesso alla memoria, ricorsivo ma quanto mai gustoso, lo stesso che Courtney celebrava in Younger Than Yesterday (da Days): “If it takes all summer long/ just to write one simple song/ there’s too much to focus on/ clearly there is something wrong.” Qualcuno obietterà che è troppo facile riproporre all’infinito la solita estetica di felicità e piccole cose, il medesimo quadretto di giorni spensierati e pomeriggi passati a suonare sulle spiagge del Jersey. Invece, basta ascoltare le sognanti chitarre retro-sixties delle iniziali Had To Hear e di Past Lives per accorgersi che un disco può funzionare semplicemente così com’è, senza alcun bisogno di orpelli e nuovi trucchi: Atlas è infatti la prova che i Real Estate hanno ormai raggiunto la maturità per capire cosa sono e cosa vogliono. Parliamo di una band il cui unico scopo continua ad essere quello di immergersi nella musica che più ama, riproponendo un spettro di riferimenti che, al solito, omaggia i Beach Boys e tutta la spensieratezza del surf-pop degli anni ’60, il rock della Bay Area e quell’estetica geek che aveva fatto già la fortuna dei Weezer.
Tutto può sembrare derivativo e fin troppo citazionista, eppure le placide armonie di Talking Backwards, così come il mood post-adolescenziale di Crime, evocano alla perfezione quell’amarognola nostalgia che già si era vista con i primi due dischi, portandola però ad un livello successivo. Atlas è il disco di una band consapevole che scrive brani sull’ineluttabilità delle cose (il folk riverberato di How Might I Live, o il quieto refrain di Navigator), che guarda a un passato tenue, malinconico, a tratti sbiadito con la dolcezza e il distacco della maturità. La conferma di una cifra stilistica autentica e riconoscibile.
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