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Per cercare di dare lo spazio che indubbiamente si meritano, ecco di seguito presentate brevemente alcune produzioni discografiche provenienti dalle più disparate latitudini ma tutte riconducibili ai generi soul, funk e jazz ed uscite nell’arco dell’ultimo paio di mesi. Con la speranza di dare qualche utile dritta agli appassionati e magari attirare anche l’attenzione degli ascoltatori più casuali.

Per cominciare l’ultimo riuscito album di Shawn Lee. lo statunitense è quello che senz’altro si può definire un artista poliedrico, compositore, multistrumentitsta e produttore con una discografia sterminata alle spalle. BBE, Ubiquity, Talkin’ Loud, Tummy Touch ed ESL sono solo una alcune delle prestigiose etichette sulle quali i suoi brani sono già comparsi, Amy Winehouse e Lana Del Rey due delle artiste con le quali ha collaborato. Nonostante il suo eclettismo e la sua versatilità, questo Rides Again è il primo album realizzato nelle vesti più tradizionalmente intese di songwriter ed in questo senso è sicuramente il più autobiografico tra tutti suoi lavori. L’ispirazione è per certi versi proveniente dagli stessi territori musicali e geografici di un J. J. Cale – Lee è infatti nato nel mid-west statunitense, proprio come il già citato cantante e chitarrista – e fatti i doverosi distinguo, da quelli dello Springsteen di Western Stars. Il risultato finale è sufficientemente, ed intelligentemente, personale. Il musicista crea così con una sorta di moderno ed originale country soul, arrangiato con misura e garbo e che serve da veicolo a testi dolce-amari in cui le memorie ed i rimpianti del passato ed i dubbi e le speranze sul futuro si incrociano.

Il collegamento con il prossimo album ce lo fornisce il ruolo di produttore che Shawn Lee ha assunto nella realizzazione di 50 Foot Woman, firmato dalla reginetta dell’UK soul Hannah Williams accompagnata – come già successo nel suo secondo album Late Nights & Heartbreak – dai solidi The Affirmations. Di loro si è fatto molto parlare in occasione delle recenti date live italiane ed anche grazie all’interesse per la loro musica mostrato dal rapper Jay-Z e che ha portato all’inclusione di alcuni samples tratti proprio dal già citato Late Nights… all’interno del suo più ultimo 4:44. Riconoscimento indubbiamente importante, anche da un punto di vista promozionale, ma che rischia di distogliere l’attenzione dai meriti oggettivi ed innegabili di cui la cantante si può vantare. In questo suo terzo album oltre al raggiungimento di maturità artistica invidiabile, la britannica percorre con bravura in lungo ed in largo tutto lo spettro stilistico del soul tradizionale e sfruttando le possibilità e le sfaccettature che il formato offre. Nulla viene lasciato intentato, dallo spavaldo hard funk della title track al deep soul confessionale di Sinner passando per tutte le sfumature espressive intermedie con totale padronanza vocale e compositiva. Il risultato globale è nientemeno che impressionante, trascendente addirittura nell’epica What Can We Do?

Una collaborazione prestigiosa dal mondo dell’hip-hop la possono pure vantare i tedeschi The Mighty Mocambos. Infatti il brano conclusivo di questo loro 2066 vede la partecipazione straordinaria dei rappers statunitensi Ice-T e Charlie Funk. Bounce That Ass, questo l’inequivocabile titolo della traccia in questione, rappresenta solo il lato più festaiolo della musica dell’ensemble che, lungo tutto il corso di dodici brani, spazia con facilità tra strumentali da scena di inseguimento d’auto per film polizieschi, accenni psichedelici ed etnici, citazioni p-funk e tanto divertimento. Il disco è ancora di più impreziosito dalla partecipazione di Lee Fields che presta la sua espressiva voce per la sofferta Where Do We Go From Here.

Decisamente più sanguigni, ruvidi e fedeli alla tradizione sono The Eminent Stars, quintetto olandese alla seconda prova discografica in formato longplayer con questo Bumpin’ On. Fonte di ispirazione principale il patrimonio musicale della Louisiana e più in particolare di New Orleans. Facile riconoscere l’influsso di musicisti come Allen Toussaint, Dr. John e The Meters in brani come Just One Taste, On The 5 e Mrs Phillips. Il texano Bruce James è il marcante vocalist che interpreta sei dei nove brani contenuti in questo album, aggiungendo una buona dose di passione ad un disco che già di suo trasuda autenticità da tutti i pori. Particolarmente riuscito il torrido live medley finale che chiude il tutto davvero in bellezza.

Shake it è il quattordicesimo album in studio per i britannici The New Mastersounds e segna, dopo venti anni di attività, un decisivo cambio di rotta. Il quartetto strumentale originario di Leeds allarga la propria classica formazione con l’aggiunta di tre membri tra cui Lamar Williams Jr. – figlio del bassista degli Allman Brothers, Lamar senior – e qui nel ruolo di vocalist in pianta stabile. spostando l’accento da un repertorio prevalentemente strumentale a quello più tradizionalmente orientato verso la forma-canzone e rinunciando alle cover in salsa groovy che erano diventate una specie di loro marchio di fabbrica. La vocalità di Williams – non molto dissimile da quella calda e soul di un più giovane Ray LaMontagne – ben si addice allo stile dei The New Mastersounds, che nel profondo sud degli U.S.A. hanno evidentemente trovato una seconda patria, legati come evidentemente sono da sempre al più classico sound di Memphis, tra Stax e Hi Records con una spruzzata di esotismo afrobeat e perfino ska per gradire.

Come il loro nome proclama senza possibilità di equivoci, i London Afrobeat Collective al sound ed alla incendiaria carica politica dell’afrobeat hanno dedicato l’intera carriera. Il loro terzo album si intitola Humans e fa seguito a una intensa attività live che, rispetto ai precedenti L.A.C. e Food Chain, li ha visti crescere dal punto di vista dell’impatto strumentale e compositivo. I nove elementi, con la voce di Juanita Euka in bella evidenza, sono in grado di infondere di sfumature dub, rock e funk i tipici stilemi del genere reso popolare dal leggendario Fela Kuti, e proprio come nel caso del loro maestro, i messaggi da loro espressi arrivano forte e chiari, senza mai dimenticarsi di far muovere le gambe degli ascoltatori.

Totalmente orientati verso il jazz elettrico ed ai maestri di quel genere – Herbie Hancock in primis – sono i londinesi Resolution 88. Questo terzo album intitolato Revolutions è anche il più ambizioso da loro finora realizzato, vantando la partecipazione di una sezione d archi ed una di fiati aggiunti alla usuale formazione a cinque, ed essendo dedicato, a mo di concept album, ai dischi in vinile ed al loro immortale fascino oltre che alla dj culture e quella del crate digging. Da qui titoli suggestivi come Pitching Up, Out Of Sync, Sample Hunter e Runout Groove. Un idea di base originale che però non si ferma qui, ma anzi viene supportata e sviluppata musicalmente da nove sostanziose tracce che non hanno nulla da invidiare a quelle firmate dai più celebrati musicisti rappresentanti della rinascita del jazz in terra britannica.

Più classici nell’impianto ma non meno interessanti e meritevoli di attenzione – anche da parte di un pubblico non super esperto – sono The Jazz Defenders, da Bristol. Guidato da George Cooper, tastierista che pur giovanissimo può già vantare collaborazioni a tutto campo, da Hans Zimmer agli Slum VIllage, il combo debutta su Haggis Records, label fondata da The Haggis Horns, istituzione funk britannica tra le più rinomate. Questo loro Scheming è swingante ed orecchiabile, solidamente ancorato alla tradizione della Blue Note Records senza però dimenticare creatività e personalità dei temi e dei groove, oltre che una certa leggerezza di approccio che permette ai musicisti di giocare con citazioni e rimandi che evidenziano e sottolineano ancora il loro singolo virtuosismo. Menzione speciale per il brano originale Rosie Karima, romantica ballata che richiama alla mente il Joe Zawinul più ispirato.

19 Dicembre 2019
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