• mag
    01
    2006

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Warner Music Group

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Tornano i peperoncini con un album d'inediti anzi due. Ben ventotto canzoni, quattordici per disco (il primo battezzato Jupiter, l'altro Mars). Non bastasse, sembra che il progetto originale – tre album da far uscire a distanza di pochi mesi l’uno dall’altro – comprendesse altri dieci pezzi. Poi le pressioni della casa discografica hanno ricondotto la band a più miti (e redditizi) consigli. Sia come sia, è una dimostrazione di eccezionale fertilità da parte dei losangelini, per quanto mediamente il peso specifico non superi quello di una chipster (piccante, of corse). Giunti a questo punto, non si tratta solo di cambiare metro di giudizio, ma di rileggere un po' tutta la loro carriera alla luce di questo flagrante outing pop. Quei primi caustici album, quei morsi di cane tossico, quegli spasmi funk-rock a rotta di collo lungo la giugulare sforacchiata del Sunset blvd, andrebbero ri-considerati quali frutto acerbo di scelleratezza giovanile.

C’è la storia del crossover, certo, ma prima che stilistica la questione mi sembra progettuale, una vigorosa commistione tra il versante scomodo e quello potabile, la capacità di vendere l'ansia con lo sberleffo, il delirio con la carezza. In questo senso, se Blood Sugar Sex & Magic rimane il loro capolavoro, Californication è stato il prodotto definitivo, sancendo come indispensabile il fattore del redivivo Frusciante. In Stadium Arcadium diventa uno schema martellante. La sua chitarra così acida, satura di screziature freak in libera uscita, è il didascalico corpo estraneo, è il segno icastico della psichedelia, germe ostentato sotto vetro come in un Barnum patinato/platinato (che trova corrispondenza nella gestualità maori di Flea). Il resto, musicalmente parlando, è una sezione ritmica scarna ma rutilante, essenziale ma incendiaria, con pennellate sparse di synth, ottoni e flauti a sfrangiare i contorni (produce Rick Rubin). Poi, certo, c’è la voce di Kiedis che fa quel che può, scarsa d'estensione e capace d'interpretare solo se stessa, ma con grinta, con convinzione, col merito di riuscire ugualmente unica. Quanto alle melodie, riciclano con disarmante immediatezza cose antiche – proprie e non – che ti si appiccicano subito alle sinapsi, giocando a carte talmente scoperte che scomodare sospetti di plagi e auto-plagi risulta semplicemente ozioso.

Ora, che ci crediate o meno, il marchingegno funziona. Anzi, è validissimo, da un punto di vista pop. S’incappa inevitabilmente in qualche passo falso (il pastiche insipido e ruffiano di Dani California, l'innodia grossolana di Desecration Smile, l'hard-bluesone cotonato di Readymade), compensato però da qualche inatteso preziosismo (i germogli post-prog in Animal Bar, le angolosità eighties di 21st Century, i minimi termini palpitanti di Hard To Concentrate). Il resto indugia macinando funk e psych e ballad ed elettricità e muscoli e sguardi e vite nel flipper colorato e periglioso della California, metonimico frammento di un’epoca su di giri. In attesa del collasso.

1 maggio 2006
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