• giu
    17
    2016

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Warner Music Group

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Poche parabole artistiche sono universalmente riconosciute e a grandi linee condivise come quella dei Red Hot Chili Peppers: l’importanza sull’evoluzione e sulla contaminazione del rock dei dischi pre-Frusciante (in particolare per il crossover del decennio successivo), il capolavoro Blood Sugar Sex Magik, la sottovalutata parentesi Navarriana (One Hot Minute, il loro disco più profondo), il grande rientro di Frusciante con il milionario Californication e il lampante calo artistico (ma non commerciale) degli anni Zero, fino al dimenticabile e dimenticato I’m With You. Odiati dalla frangia più integralista del pubblico alternativo, i californiani, all’interno di una discografia stracolma di episodi trascurabili e contraddittori, hanno comunque realizzato opere importanti e consegnato alla Storia decine di riff, passaggi strumentali e classiconi a loro modo senza tempo. Ultimi baluardi di un mondo rock-centrico che non esiste più, basato sull’alchimia tra forti singole personalità: tutti conoscono Flea, John Frusciante, Anthony Kiedis, Chad Smith, le loro caratteristiche tecniche e le loro attitudini. Si può dire lo stesso dei gruppi post-Duemila?

Il ritorno sulle scene dei RHCP dopo cinque anni con The Getaway fa un po’ a sportellate con un contesto storico non esattamente favorevole per una proposta come la loro. A dimostrarlo i riscontri commerciali non sfavillanti del singolo di lancio Dark Necessities, traccia certamente più convincente dell’impresentabile The Adventures of Rain Dance Maggie ma che suona come una b-side non troppo ispirata in cui, tra auto-citazioni (Can’t Stop, ripresa poi anche in Goodbye Angels), assenza di verve e melodie fiacche, gli unici aspetti realmente positivi vanno rintracciati in un inaspettato utilizzo del piano (non una novità, ma comunque una mezza sorpresa) e in un mood agrodolce che non cerca il motivetto stupido a tutti i costi. Anche la title track (e secondo brano estratto) contiene alcuni elementi semi-inediti che da un lato sono sempre ben accolti (specialmente dopo oltre trent’anni di carriera), dall’altro sembrano emergere più per una scrittura compositiva poco a fuoco che per altro. Per farla breve, è un brano piatto che si perde per strada dopo la prima strofa. La sensazione è quella di assistere alla performance di tre attori che devono rispettare il proprio personaggio (il quarto, Josh, deve interpretare Frusciante), in una sequenza di soluzioni già ampiamente assorbite dal grande pubblico. Di conseguenza, una buona metà della tracklist diventa un non-luogo destinato ad ospitare un semplice sfoggio di stile fine a se stesso che tende ad accantonare la scrittura melanconica/agrodolce, accentuando quell’ormai conclamata incapacità di scrivere belle canzoni. Dopotutto è un peccato, perché l’ultima volta che ci riuscirono non andò poi così male (Californication).

Alcuni ritornelli vagamente pacchiani tendono a spezzare l’atmosfera – imbastita con l’aiuto di Danger Mouse – in modo non troppo opportuno (Encore), mentre altrove si assiste ad un tira e molla tra buone intenzioni e risultati altalenanti. È il caso del funky slappato di Go Robot (traccia dal retrogusto quasi wave-disco) e di The Hunter, una delle composizioni con più sovraincisioni, effetti e profondità di suono mai pubblicata dai Peppers (qui l’intervento di Godrich è lampante). In definitiva, non fa certamente rimpiangere l’ultimo Rick Rubin il lavoro di quel Danger Mouse che esattamente dieci anni fa (eh sì…) contendeva ai californiani il primato nelle classifiche con i Gnarls Barkley. In un contesto di generale mediocrità (Sick Love, ancora California, ancora L.A.) la parola d’ordine diventa quindi accontentarsi. Ci si accontenta del testo – se estratto dal perenne nonsense – meno stupido del solito e dei vaghi rimandi BSSM/OHM di We Turn Red (ma nonostante un Chad Smith bonhamiano, sembra mancare un po’ di mordente). Ci si accontenta anche del piacevole comeback a quel periodo riscontrabile anche in Detroit, ed è francamente un peccato che Kiedis torni così raramente a modulare la voce in questo modo, preferendo invece una recente, vacua melodiosità. Non male anche i sei minuti di Dreams of a Samurai, che forse non hanno una direzione precisa ma almeno contengono la giusta, apprezzabile, dose di psichedelia. Stiamo parlando di brani che non sarebbero certamente stati di punta all’interno dei dischi della band dei Novanta, ma che oggi suonano quanto mai preziosi.

Qual è l’obiettivo di Flea & co? Tornare ad avere il successo del periodo d’oro? Mancano i singoli vincenti. Realizzare un disco importante per il 2016? Non prendiamoci in giro. Ringiovanire la fanbase? Molto difficile. Riscattarsi con un disco più ambizioso, vario e complesso? Forse, ma il sentore è che la vera spinta sia ancora una volta il richiamo del palco e delle grandi folle (che, ovviamente, non mancheranno). A corrente alternata la direzione è quella giusta e nel complesso The Getaway è fondamentalmente meno fastidioso di I’m With You, ma porta con sé il peccato di allontanare ulteriormente i ricordi della parte “buona” della discografia dei californiani.
16 giugno 2016
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