Recensioni

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Diciassette anni… Tanto ci hanno messo i Refused per dare un seguito al pluri-acclamato The Shape Of Punk To Come, pietra angolare dell’hardcore di nuova concezione e del punk tutto degli ultimi quarant’anni. In mezzo, tanti side project (The International Noise Conspiracy, AC4, Invasionen e Afro Jetz i più rilevanti) e il documentario The Refused Are Fucking Dead, testimonianza video dell’ultima, dolorosa, fase della loro prima incarnazione culminata nel disastroso tour statunitense e nell’implosione della band.

La notizia del ritorno discografico della band di Umeå, in realtà, si era intuita già da tempo: il trionfale tour del 2012 aveva dato ottimi segnali, mostrando una band in stato di grazia, il cui linguaggio, nonostante il lunghissimo iato, non aveva perso in incisività e forza. Figlio di una rabbiosa urgenza comunicativa e di una ritrovata verve compositiva, Freedom è – nonostante sia evidente il grado di parentela tra i due dischi – qualcosa di diverso rispetto a The Shape Of Punk To Come, sicuramente meno rivoluzionario, ma non meno affilato e robusto. Gli anni passano per tutti, anche per la band capitanata dal duo Lyxzén e Sandström, e lo si intuisce dalla maturità del disco, dalla fluidità dei passaggi più spinti, di quelli quasi prog (Elektra) e delle aperture ariose con i fiati à la Rolling Stones (War On The Palaces sembra un mash-up tra Stones e MC5!). Ogni tanto fa capolino la natura distruttiva dei Refused (Dawkins Christ e Destroy The Man), ma viene quasi sempre tenuta a bada, quasi a sottolineare che Freedom è una sorta di age of aquarius per la band. Ok, siamo sempre noi, ma ora facciamo anche questo e in questa maniera.

Freedom va preso per quello che offre: quaranta minuti di pezzi ottimi e convincenti che non rivoluzioneranno la musica come The Shape Of Punk To Come nel 1998, ma attestano che non tutte le reunion sono semplicemente roba per nostalgici.

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