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Quale sarebbe il “vero” Battisti? Quello de “le bionde trecce” o quello di “tutte le pompe”? Quello a cavallo con Mogol o quello a tavola con Pasquale Panella? Due pubblicazioni gemelle – e contrapposte – ci offrono due nuovi possibili percorsi nell’universo del cantautore di Poggio Bustone.

Gli anniversari, si sa, offrono sempre succose occasioni di approfondimento e riscoperta, sia per chi nel frattempo si è perso qualcosa, sia per chi è perennemente in cerca di diverse prospettive. Avvicinandosi i dieci anni dalla scomparsa del Lucio nazionale, due pubblicazioni gemelle (Renzo Stefanel Lucio Battisti: Ma c’è qualcosa che non scordo – gli anni con Mogol; Ivano RebustiniLucio Battisti: Specchi opposti – gli anni con Panella) dedicate alle due macro-fasi della carriera di Lucio Battisti giungono opportunamente sugli scaffali accanto agli usuali supporti audio-visivi (l’intero catalogo a prezzo speciale, più il CD/DVD antologico Il nostro canto libero), proponendosi proprio come ideale guida a un nuovo possibile ascolto del cantautore di Poggio Bustone.

Non l’impresa delle più facili, va detto. Vuoi perché del periodo con Mogol negli ultimi quarant’anni è stato detto tutto e il suo contrario, e fornirne una visione “moderna” e plausibile è compito a dir poco delicato; vuoi perché il difficile periodo panelliano è stato alternativamente visto o come un brutto peccato da cancellare (da buona parte del pubblico), o come una sorta di mistero per iniziati (da parte della critica e dei cosiddetti esperti), e azzardare una terza via d’interpretazione è come minimo rischioso.

Ecco allora che Stefanel affronta il periodo più amato e conosciuto di Battisti collocandolo in un contesto critico il più attuale possibile. Fra accostamenti coraggiosi e insoliti (almeno per come è stata trattata sinora la materia) e un’analisi dettagliata e approfondita di musica e testi, emerge un ritratto del Battisti classico certamente più “rock”, nell’accezione che la parola assume nella critica odierna (in tal senso, vedere Anima Latina come picco assoluto del catalogo battistiano è naturale). A rendere plausibile – prima che arbitraria – la lettura da parte di Stefanel interviene una base di conoscenze piuttosto vasta, colma di stimolanti riferimenti e rimandi all’intero universo pop, nazionale e internazionale, ma anche a letteratura e cinema. Unico neo: non sempre analisi musicale e testuale si compenetrano a dovere, rendendo la lettura a tratti macchinosa.

Di contro, Rebustini ha dalla sua una leggerezza di stile – a voi lettori sicuramente già nota – che ben si presta a un viaggio (senza cinture allacciate) nell’universo di Pasquale Panella, anzi è provvidenziale: vi immaginate un tedioso approccio accademico-linguistico nei confronti di quello che è sicuramente un controverso innovatore, ma è anche l’autore di “trottolino amoroso du du da da da”?

Affiora quindi in tutta la sua forza dissacrante l’ironia e il lato giocoso del paroliere (pardon, poeta) prediletto da Battisti nei suoi ultimi anni; rispetto al volume su Mogol, viene forse meno l’approfondimento puramente musicale (oltre che, per ovvie ragioni, quello storico-biografico), l’inquadramento critico è appropriato e non sempre ovvio (si celebra giustamente Don Giovanni, ma non si manca di collocare sotto i riflettori C.S.A.R.), e in ogni caso si corre il rischio – spesso piombandoci dentro – di centrare il discorso più sull’arte verbale di Panella che non sulla musica di Battisti. Nondimeno, un’analisi sistematica mette in luce un periodo storicamente “oscuro”, rendendolo anche accessibile con una prosa scorrevole e densa di riferimenti non necessariamente colti (come certi film da botteghino), in un percorso magari non ortodosso (vedi il trarre spunto da discussioni su forum e newsgroup in rete), ma certamente originale. Da segnalare, nello stesso volume, un dovuto ed esaustivo saggio su E Già – il dimenticato “album di mezzo” del 1982 – a cura di Luca Bernini, in cui all’indubbia passione verso la materia si contrappone una certa prolissità nell’approccio.

25 Gennaio 2008
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