• Gen
    01
    2006

Album

Parlophone

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Si sa, ripartire da soli non è mai facile, specie se la band di cui si fa parte si scioglie al top del successo. Dai Beatles in poi è sempre stato così, persino per uno come Robbie Williams, figurarsi. E Richard Ashcroft non ha fatto certo eccezione: prima i duri anni di gavetta, poi l’affermazione a livello planetario e, immediato, lo scioglimento, senza neanche una prova d’appello.

Per l’ex frontman dei Verve deve essere stato un viaggio tutto in salita: i primi due lavori da solista, Alone With Everybody (2000) e Human Conditions (2002) stanno lì a dimostrarlo, nel loro rincorrere il fantasma di Urban Hymns e le sue ballate sbanca-classifica, inserendo qua e là elementi di blues e gospel, magari riprendendo un po’ di quella psichedelia chitarristica tipica della band di provenienza.

Metabolizzato il tutto, Ashcroft si è preso il suo tempo, per ripresentarsi infine con questo Keys to The World, scritto e realizzato nel corso degli ultimi tre anni. Uno stop che ha sicuramente giovato: l’album appare finalmente spontaneo e personale, con una scrittura mirata e una visione meno sfuocata e più diretta; pare insomma che il buon Richard abbia trovato la sua via espressiva, diremmo la sua voce, seppure all’ombra di numi tutelari che fanno sentire tutto il loro peso.

Oltre a certe inflessioni roche e al debole per la ballatona (uno standard del pop inglese, che i Verve hanno contribuito non poco a canonizzare), da un outsider per eccellenza come Ian McCulloch ha imparato a fidarsi solo di sé stesso e di andare avanti per la sua strada; da Curtis Mayfield e Marvin Gaye ha ricavato le giuste vibrazioni soul e la passione nel trattare certi argomenti; infine da John Lennon ha appreso l’immediatezza e la spontaneità nel trattare di ciò che ci circonda, anche a costo di sembrare naif o idealista fino al midollo. A dire il vero Richard sembra più disincantato e cinico (Why Not Nothing?, rockaccio iniziale con chitarre fuzz e sezione d’ottoni, col Nostro che vomita parole al vetriolo in stile Gimme Some Truth), e allo scomparso leader dei Fab Four piuttosto prende in prestito certi paesaggi sonori (quelle chitarre liquide tra Mind Games e Walls and Bridges), slogan come “music is the mantra” (da Music Is Power, ovvero la cosa più lennoniana da qualche anno a questa parte, con buona pace di Liam Gallagher) e, in generale, l’intera impostazione del disco, sia nelle liriche che nei toni.

Il suono risulta più conciso e meno dispersivo che in passato, anche se qua e là affiorano alcuni arrangiamenti di maniera (vedi su tutte Words Just Get In The Way o Why Do Lovers?) e, alla lunga, il programma risulta discontinuo. Ma gli ingredienti per un buon inizio ci sono tutti.

In un panorama brit in cui latitano paurosamente personalità artistiche di un certo peso (finora non si è visto nessuno della caratura di gente come Thom Yorke, Jarvis Cocker, Neil Hannon, le coppie Anderson/Butler e Albarn/Coxon, e non veniteci a dire che lo è Pete Doherty, please), Richard Ashcroft sembra finalmente essersi conquistato il suo – meritato – cantuccio.

 

17 Gennaio 2006
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