Recensioni

Nel periodo segnato dai ritorni sulla scena delle grandi icone pop-rock musicali a cavallo tra Novanta e Duemila, si aggiunge all’elenco anche Richard Ashcroft. Il cantautore di Wigan, fondatore dei The Verve (lasciati nel 1999 e poi ripresi nel 2007), uno dei gruppi simbolo del rock britannico e alternativo, è tornato a dieci anni dall’ultimo album da solista. Era il 2006 quando il Nostro pubblicava Keys To The World prima di dedicarsi, nel 2010, dopo lo scioglimento dei Verve, alla fondazione di un nuovo gruppo, la RPA & The United Nations of Sound, con cui ha pubblicato un album omonimo. Lavori in cui l’impronta brit-pop, eredità del suo progetto più vincente, e l’unicità della sua voce, rimanevano elementi fondamentali. Ora, però, Richard – con un look più combat – ha provato a cimentarsi con l’elettronica, un po’ per essere al passo coi tempi, un po’ per il tentativo di tornare sulla scena con qualcosa di nuovo che non restasse sempre legato al bagaglio stilistico e culturale dei Novanta. Tentativo, però, poco riuscito da parte di un artista che in realtà mostra una certa stanchezza.
Nell’approccio all’elettronica viene scelta, insieme allo storico compagno Chris Porter e a Will Malone (produttore dei più importanti lavori dei Verve), una strada sempliciotta e a tratti imbarazzante, ovvero quella del dance pop. Scelta attraverso cui il Nostro sembra volersi associare al filone inaugurato dai Coldplay, che forse potrà fargli guadagnare rotazione radiofonica – viste le tendenze del momento in quel settore – con Hold On o Out Of My Body (aperta dall’acustica e che poi sfocia in un incrocio di suoni e tastiere dance Novanta) ma non apprezzamenti dal punto di vista della qualità musicale. «Resisti, resisti, resisti / Tu sai che non abbiamo molto tempo, ma so che possiamo farcela» è un mantra che dovrebbe riguardare i temi politici e sociali (la guerra in Siria, lo spionaggio dei governi) trattati nel disco, come dichiarato nella press release. Eppure ci saremmo aspettati maggiore profondità nei testi e maggiore raffinatezza nel gusto musicale.
A fare da contraltare – e in parte a salvarlo – ci sono episodi pescati idealmente dal repertorio dei Verve, ciò che a Richard riesce meglio grazie anche alla presenza decisiva di Will Malone. Soprattutto quando nei testi entra l’intimità dei sentimenti umani e si lasciano da parte riflessioni sull’attualità. Si pesca soprattutto da Urban Hymns ma non si va oltre, e creare delle simmetrie non è così difficile. They Don’t Own Me è la versione del 2016 di Lucky Man, Picture Of You ci riporta a The Drugs Don’t Work, Black Lines, Ain’t The Future So Bright e Songs Of Experience si alternano tra tali influenze verviane e quelle del precedente lavoro da solista di Ashcroft. Insomma, il risultato è che non c’è nulla di nuovo.
Così These People appare come il lavoro di un’artista che, assente dal mercato musicale per parecchi anni, vuole dirci di essere ancora vivo e ricordarci chi è stato. Eppure il musicista non fa altro che confermare che la sua grandezza l’ha raggiunta tra la fine degli anni Novanta e gli inizi dei Duemila, andando poi in caduta.
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