• giu
    02
    2017

Album

Weird World, Domino

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Immaginate di ritrovarvi in una vecchia taverna del 600 d.C. nel nord dell’Inghilterra. In un’atmosfera un po’ alticcia e in un clima da sopravvissuti – la Dark Age britannica, tra guerre, malattie, dolori e famiglie che vanno in frantumi – seduto in un angolo c’è un tizio con una chitarra che stona come una campana ma è in grado di catturare la vostra attenzione con le sue storie, i suoi suoni, la sua poesia, portandovi dove diavolo vuole.

Il suddetto è Richard Dawson e l’universo storico che esplode in Peasant – ottavo album del cantautore folk di Newcastle – ci arriva in tutta la sua forza espressiva attraverso i personaggi che il musicista disegna, al solito, a modo suo: un approccio sempre più weird eppure riconoscibile e raffinato, strutturato su arrangiamenti e orchestrazioni più ambiziose e ricercate rispetto al precedente Nothing Important. Certo, prima da scalare ci sono le sue lucidissime e infinite stecche, messe lì tra un arpeggio di chitarra e l’ennesimo profilo che il Nostro tratteggia come un contemporaneo Lee Masters. Ma una volta superati gli ostacoli, una volta che è ben chiaro dove ci troviamo, risulta inevitabile sedersi al tavolo con lui ad ascoltare pazientemente le undici tracce che fanno da specchio a una comunità immersa in un periodo oscuro.

Le oblique deviazioni chitarristiche che guardano a un blues psichedelico (Weaver), l’eleganza nei tocchi d’arpa di Rhodri Davies, l’utilizzo mai sovrabbondante o manieristico delle dissonanze (Hob), l’epicità (Scientist) tra cori (Masseuse) e climax melodici (Ogre), oscuri ottoni jazzy e navigato pop d’autore (Prostitute) completano un disco sopraffino, che sotto un’iniziale livello di complessità palesa presto tutta la sua connaturata accessibilità. Un lavoro notevole che si inserisce nel solco di una tradizione british-folk che trova in questo album nuova linfa e probabilmente anche uno dei suoi dischi migliori degli ultimi anni.

31 maggio 2017
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