• set
    01
    2005

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Jagjaguwar

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Richard Youngs è uomo di vizi e di virtù. Tra i primi, rientra sicuramente l’incredibile prolificità e la volubilità delle sue sortite musicali. Per parlare delle seconde, bisognerebbe scomodare un’intera carriera, che ha origine all’inizio degli anni ’80 quando Advent, disco autarchico e spregiudicato, apparve come un fulmine a ciel sereno, mostrando in pratica un’idea personalissima di ripensare il minimalismo. Oggi, nel 2005, un settimo disco solista (senza contare, cioè, l’ingente quantità di collaborazioni) che sorprende ancora una volta per la sfrontata e impertinente messa in scena: una lunga e articolata suite per basso ed elettronica.

Youngs, sostanzialmente, ha sempre usato gli stessi contenuti musicali, ma di volta in volta ha cambiato registro e argomentazioni, spostando continuamente la sua ricerca un po’ più in là. Un instancabile e coltissimo esteta del suono, che ha usato folk inglese, kraut rock, minimalismo, prog, noise, space rock, canterbury, psichedelia e musica concreta per disegnare un affresco del mondo, da un spiraglio situato in Scozia. Il solipsismo digitale di Naive Shaman ci dice di un lato del suo carattere musicale, non del tutto inedito, che può facilmente trovare dei prodromi in dischi come Festival, Motorway, e soprattutto nelle collaborazioni con Alexander Neilson.

Con quest’ultimo Youngs ha dato alle stampe due dischi recenti, Ourselves e Beating Stars – ma un terzo è in arrivo sul finire di ottobre – tesi a disegnare un’articolata tela krautedelica di grande verve ed inventiva. The Naive Shaman segue alcune delle coordinate di questi dischi e le evolve, perdendo in parte il sottile lavorio percussivo di Neilson e trasformando il tutto in solitaria poesia digitale. Interamente costruito al computer, il disco viene tagliato, per tutta la sua durata, dal suono modificato del basso. Posta in apertura, Life On A Beam, si appoggerebbe al nulla se non ci fosse un basso effettato di frangler e qualche scampolo di percussioni a sancire l’ingresso del ritornello. Il massimo dell’austerità. Il secondo brano, Illuminated Land, è ancora più severo e lontano. Una fitta trama di rumori digitali sciama in sottofondo e Youngs, strimpellando un basso cupo e orribilmente deturpato in sede di effettistica, è libero di intonare il suo personalissimo salmo della mestizia. Sonar In My Soul è un lungo corridoio di suoni isolati, con il basso mandato in loop a supportare la ritmica costituita solo da un metronomico clock digitale. Questo brano, per la fredda interpretazione e anche per l’alterato clima di ansia che promana, giustifica similitudini con grandi angosciati dell’elettronica “nera”, come Nurse With Wound o i misconosciuti Omit.

Il quarto pezzo, Once It Was Autumn, è il più progressive – in senso lato – del lotto. Sembra quasi un outtake dal disco degli Ilk, il progetto prog di Youngs, in uscita proprio a settembre con un secondo lavoro dal titolo Cantiche. Le arcane involuzioni vocali provengono sicuramente da quell’ambiente. A chiudere il disco, Summer’s Edge II , un lungo (16 minuti) canto di dolore che si stende sul consueto mondo di suoni freddi e meccanici.

The Naive Shaman ha una sotterranea parentela con i dischi per solo basso di Jandek, l’oscuro texano per cui Youngs, insieme a Neilson, ha costituito la sezione ritmica per la sua prima apparizione live di sempre. E’ come se la dolente e rustica austerità di dischi come Shadow Of Leaves o l’ultimissimo Raining Down Diamonds fosse stata trasposta in una personalissima versione hi-tech per voce scozzese.

Non credo che si possa parlare del disco più accessibile di Richard Youngs, anzi, è certamente uno dei più difficili e scontrosi, ma l’arte e la ricerca di suoni inediti, indomiti e originali con dischi come questo è al suo massimo. Per quanti lamentavano un’eccessiva esposizione mediatica, dettata dagli ultimi lavori e dagli ultimi eventi, un’ennesima lezione di stile. Inimitabile.

3 ottobre 2005
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