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Ci eravamo lasciati con l’inizio del viaggio della dottoressa Elizabeth Shaw e dell’androide David verso l’ignoto, alla ricerca del pianeta degli Ingegneri, gli esseri che si pensava avessero creato la razza umana. Le mille domande poste dalla sceneggiatura di Jon Spaihts e Damon Lindelof avevano reso evidente che l’obiettivo primario di Ridley Scott – tornato alla creatura cinematografica che gli diede fama e notorietà agli esordi e che contribuì a cambiare i codici del genere fantascientifico contaminato con l’horror – era quello di esplorare nuovi territori, resosi conto dell’impossibilità di replicare tale successo, soprattutto a distanza di oltre trent’anni e di altri tre film (se consideriamo solo quelli della saga principale) che avevano spolpato (e sprecato) finché possibile le potenzialità del plot principale. Prometheus veniva quindi a configurarsi come il capostipite di un nuovo discorso, meno orrorifico e molto più filosofico, il quale giocava anche in maniera imprudente con temi ambiziosi come la creazione, il libero arbitrio, la fede, la crudeltà umana, la domanda delle domane: «Da dove veniamo?». Un film imperfetto, ma necessario per rendere evidente la cesura rispetto al passato, che si rinnova anche in questo Alien: Covenant (scritto da John Logan e Dante Harper), dove si spinge ulteriormente il piede sul pedale della filosofia (il potere e il bisogno della creazione diventa l’asse portante di tutta la pellicola) ma allo stesso tempo si regala al pubblico lo spettacolo orrorifico garantito dalla presenza dello xenomorfo originale – quello ideato da Carlo Rambaldi e H.R. Giger  – il quale fa schizzare alle stelle l’asticella dello splatter e della goduria.

Scott non è mai stato a suo agio con la definizione di regista d’autore, tant’è che la sua carriera ha fatto di tutto per enfatizzare questa sorta di schizofrenia professionale – si passa da vette altissime come I duellanti e Blade Runner a cadute grossolane quali Legend o Soldato Jane; e proprio qui sta il punto: l’occhio attento alle esigenze del grande pubblico ha fatto sì che il regista britannico potesse anche servirsi di grandi blockbuster per istillare nel modo più agevole messaggi, temi e riferimenti di alta levatura letteraria e morale. Questo non significa che Covenant sia esente da difetti, anzi è proprio l’opposto: spesso questo gioco del compromesso porta Scott a deviare dal percorso originario per un chiaro sbilanciamento ora a favore dell’effetto jump-scare, ora a favore di dialoghi sui massimi sistemi dell’universo, non trovando mai la chiave giusta per far combaciare queste due anime all’interno del proprio film.

Il contrasto tra queste due anime che fremono dalla voglia di confrontarsi e prevalere l’una sull’altra è esplicitato da due scene chiave. La prima, posta come prologo, chiarisce il senso dell’operazione scottiana, sempre più vogliosa di distaccarsi dall’Alien del 1979 per approdare in territori che fanno il paio con quelli del Rick Deckard nel già citato Blade Runner: il dialogo tra David (un sopraffino Michael Fassbender, che per l’occasione si sdoppia anche nell’androide Walter) e il suo creatore si prende il tempo necessario per insinuare nella mente dello spettatore che gli eventi che vedremo da lì in avanti non potranno prescindere da questo obbligato punto di partenza; la seconda, è la sequenza che precede il finale del film, con il confronto ancora una volta tra lo xenomorfo e l’eroina, rigorosamente donna: per la prima volta, e in maniera credibile, la Daniels di Katherine Waterston non fa rimpiangere la Ripley di Sigourney Weaver, in un continuo perpetrarsi di rimandi e citazioni che confermano l’insistenza e la necessità (radicata nell’odierna industria) dei blockbuster di puntare su strutture narrative familiari e “sicure”. Ed è proprio su queste ultime che la mano di Scott risulta più calibrata ed esperta. La schizofrenia di cui si parlava è rintracciabile, infine, anche in sede di lavorazione: il titolo del film per lungo tempo è stato Alien: Paradise Lost con l’evidente riferimento al capolavoro di John Milton, esplicitato anche dallo splendido dialogo tra l’androide David e il suo doppio perfezionato – ma meno evoluto – Walter, dove il primo è il Ridley Scott d’autore, mentre il secondo è quello che inevitabilmente deve tener d’occhio il box-office per giustificare un ulteriore tassello di questa piccola grande storia, iniziata nel 1979 e che dal 2012 ha preso una piega prevedibile nella forma, ma non nella sostanza. E di questo dovremmo essere grati a Ridley Scott.

16 maggio 2017
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