• Nov
    01
    2012

Album

Def Jam Recordings

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Per ben tre album, dal primo Music Of The Sun a Good Girl Gone Bad, Rihanna era riuscita a gestire con una certa dignità la propria figura di star pop/r’n’b dalle diverse influenze, e se pensiamo a quanto aggressiva e invadente sia l’industria musicale USA degli ultimi anni, non è poco. Ma col mainstream, si sa, la genuinità non dura mai e dal 2009 l’artista caraibica è diventata una specie di carrozzone carnevalesco sul quale tutti vogliono salire (il tasso di visibilità è troppo allettante), così che tutti i dischi da Rater R in avanti son finiti per essere dei puzzle eterogenei studiati a tavolino che non si son lasciati scappare nessuna delle mode intercorse nel frattempo: dal dubstep al Gaga style fino al danzereccio pop, e mai nessuno a chiedersi sul serio se fossero mosse perfettamente adatte alle qualità del soggetto manipolato.

Per Unapologetic la situazione è ancora così (la svolta solitamente avviene causa colpo d’orgoglio dell’artista stesso, qui non pervenuto) e quel che qualcuno definisce “un gran bel mix di generi” in realtà è uno scontro in galleria di almeno 4-5 diverse traiettorie tra loro incompatibili. Peccato, perché i primi pezzi sembravano aver identificato un’immagine efficace da seguire e la stavano costruendo anche con stile. Fresh Off The Runaway pecca forse di leggerezza nel rivangare certe sonorità fidget da autoradio, ma almeno ridisegna un volto da bad girl, resosi necessario dopo il passaggio di Calvin Harris e spendibile bene in più di un’occasione. Come in Numb, ad esempio, per riempire con carattere gli spazi abstract e compensare l’impalpabilità dell’intervento di Eminem.

E molto meglio sono Power It Up e Loveeeee Song, che finalmente tirano in ballo qualcosa di veramente underground come la trap music e le sue filettature ritmiche: mentre sullo sfondo corrono proprio quelle che presumibilmente saranno le colonne sonore della dance d’avanguardia dei prossimi anni, il ruolo di Rihanna è di addolcirne l’effetto con un r’n’b essenziale e black, riportandole a una dimensione più ascoltabile e fruibile, sinuosa nella prima e malinconica nella seconda. Mossa coraggiosa al di là delle ragioni che ci stanno dietro, soprattutto perché si svincola dal solito schema caro a Mtv e anche da quello che i fan potevano aspettarsi.

Il resto dell’album, ovviamente, non poteva correre dietro teoremi tanto rischiosi e va quindi a cercarsi le proprie ricette appetibili secondo i canali classici, ballate pop sul mieloso andante come Stay e Get Over With It (che su un disco r’n’b di un certo livello non dovrebbero starci), riciclo di suoni indie rock collaudati (Lost In Paradise, Love Without Tragedy) e onoroficenze devote verso il pop che conta (Nobody’s Business con Chris Brown, che trapela invidia stilistica verso chi certe cose le ha dimostrate negli ’80, Madonna e Pet Shop Boys). I momenti peggiori però son due: Jump prova a inseguire il nuovo dubstep insieme a due esperti del caso come i Chase & Status, che vedono di non esagerare ma di fatto creano un conflitto di compatibilità con le movenze di Rihanna (Katy B già c’è e non è necessario imitarla), mentre in Right Now – manco a dirlo – David Guetta è sempre abilissimo a far sbiadire ogni eleganza estetica, coprendo con quantità industriali di dj tools disinibiti al limite dell’offensivo. Se togli la sostanza capace di distinguerti e lasci intatto il jet set, alla fine hai solo un contenitore luccicante riempito senza molto criterio. E con Rihanna sta diventando un’abitudine.

21 Novembre 2012
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