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Crescere, sia umanamente che artisticamente, quando al tuo fianco ci sono John Lennon, Paul McCartney e George Harrison non deve essere un’impresa da poco. Richard Henry Starkey ci è riuscito non senza fatica, ritagliandosi un ruolo preciso nella Storia della Musica. Affibbiatosi lo pseudonimo vincente di Ringo Starr, si è prima imposto come il leoniano “brutto” dei quattro di Liverpool, ed in seguito cucito addosso un’aura grottesca, quasi cartoonesca, che ben si sposava con la mitologia del gruppo, specialmente dopo gli eccessi di metà anni Sessanta e il successo planetario di Sgt. Pepper. Quella che per il gruppo era più che una semplice mascotte a cui far comporre qualche brano per scaramanzia (Don’t Pass Me By, Octopus’s Garden), ha invece lasciato anch’essa il segno nella band e successivamente come solista. Nessuno si azzarderebbe mai a nominare Paul, John e George, senza aggiungere – anche se in coda – Ringo!

Che il suo spirito fosse legato alla tradizione – e non particolarmente alla sperimentazione ossessiva dei suoi più illustri colleghi – lo si era capito fin dal suo esordio solista, con quel Sentimental Journey arrivato come una meteora nel 1970 tra classici anni Trenta, Quaranta e Cinquanta con un afflato nostalgico che detterà legge nella successiva produzione del Nostro – ad eccezione della scheggia infarcita di glam di Ringo (1973). A 77 anni suonati, lo spirito hippie che continua ancora a bussare alla porta di un decennio avaro di soddisfazioni nel panorama politico internazionale, Ringo Starr si rimbocca le maniche per infondere negli animi degli ascoltatori – anche di quelli più disinteressati – un messaggio d’amore e speranza forse fuori tempo massimo, ma mai del tutto fuori dal tempo, con la nostalgia e un pizzico di ingenuità necessarie per arrivare a fine giornata, in un mondo in cui alla radio non trasmettono altro che brutte notizie (Laughable). Non deve avere molta fiducia nell’oggi il nostro Starr, ma alcuni segnali precisi (We’re on the Road Again) sembrano indicare un ritrovato ottimismo verso il futuro (la title-track Give More Love posta in coda è esemplificativa in tal senso).

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